Monache Clarisse: “La Parola non può essere strumento per la nostra esaltazione di fronte agli altri”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di domenica 5 novembre.
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«Rendiamo continuamente grazie a Dio perché ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta, non come parola di uomini ma, qual è veramente, come Parola di Dio». E’ quanto scrive Paolo ai cristiani della comunità di Tessalonica e che leggiamo nella seconda lettura che la liturgia ci propone per questa domenica.
Ancora, nel vangelo, Gesù ci esorta a non farci «chiamare rabbì, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate Padre nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare guide, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo».
C’è una Parola, che è la Parola di Dio, che siamo chiamati ad ascoltare, a fare nostra, a vivere e incarnare nella nostra vita, ma di cui non possiamo “appropriarci”. Una Parola da cui lasciarci lavorare, da accogliere prima ancora di restituire e donare, una parola che riempie, scuote, interroga, cambia. Una Parola che, non per questo, diventa “mia proprietà”, una Parola che non mi autorizza a propormi e pormi di fronte all’altro in termini di superiorità, come maestro o esperto, ma “solo” come figlio amato e, come tale, che non può fare a meno di riversare e far traboccare questo amore.
Più volte, infatti, Paolo, nella sua lettera, sottolinea l’attenzione sulla Parola che è di Dio, sul Vangelo che è di Dio.
«Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione». Il profeta Malachia ci ricorda che la Parola di Dio non può essere fonte di gloria per noi, non può essere utilizzata da noi per emanare sentenze, costruire o inventare modalità, esperienze, tradizioni, da imporre agli altri, mascherate da traduzioni o concretizzazioni del Vangelo o da volontà del Signore o da suggerimenti celesti.

La Parola non può essere strumento per la nostra esaltazione di fronte agli altri, così come accusa Gesù nel Vangelo, di fronte agli scribi e ai farisei: «allargano i loro filatteri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze». Così rischiamo solo di essere d’inciampo e non testimoni, di dare scandalo e non donare consolazione, di distruggere e non di edificare.
«Signore, non si esalta il mio cuore, né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me»: il salmista sa che solo il Signore è Padre; noi tutti, suoi figli, non dobbiamo far altro che abbandonarci, «come bimbo svezzato in braccio a sua madre», al suo amore, non dobbiamo far altro che farci investire e riempire del suo amore: è solo questo guida della nostra vita e possibilità di vita per tutti!

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