Attentato a New York. Camminando su Chamber street contro l’odio e la violenza

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Maddalena Maltese

Fiori, candele, una bandiera argentina e un manifesto con i colori del Belgio, sono il segnale delicato con cui i newyorkesi avvertono che quella parte di Chamber street è ora un memoriale, non più solo una via chich di Tribeca. Solo due blocchi oltre l’incrocio con Greenwich street, cinque amici argentini (Diego Enrique Angelini, Ariel Erlij, Hernán Ferruchi, Hernan Diego Mendoza and Alejandro Damián Pagnucco), una giovane mamma belga (Ann-Laure Decadt), due americani (Nicholas Cleves, Darren Drake), uno residente nella zona e uno impiegato da Moody’s hanno perso la vita, travolti dal pick up guidato da Sayfullo Saipov: un giovane uzbeco di 29 anni che nel pomeriggio del 31 ottobre li ha investiti sulla pista ciclabile lungo l’Hudson river. Saipov ha ferito anche altre 12 persone prima di essere colpito all’addome da un poliziotto accorso sul luogo.

Districandomi tra i cavi elettrici delle decine di postazioni televisivepiazzate sull’incrocio ascolto la conversazione di tre signore argentine, venute a deporre i loro fiori e a mormorare una preghiera semplice in memoria dei connazionali, ex compagni di scuola che avevano deciso di celebrare a New York i trent’anni dal loro diploma. Il viaggio della loro vita ha trovato su questo asfalto la fermata della loro morte. Le telefonate di chi attraversa il parco Washington Market per raggiungere casa sono monotematiche. “Hanno deviato il percorso, ma sto bene e sto rientrando a casa”, dice una giovane afro-americana. E lo stesso un anziano e una mamma alle prese con le buste della spesa. Uno studente sulle scale del Manhattan Community College rassicura gli amici all’altro capo del telefono: “Siamo in una città sicura. Non preoccupatevi. C’è un grande dispiegamento della scientifica e delle Fbi: stanno raccogliendo le prove e tutti gli indizi. La strada è esaminata centimetro dopo centimetro e non è mai stata così pulita”. E poi c’è sempre chi con pessimo gusto prova a ritrarsi in un selfie tra la polizia e le transenne e ti chiede persino di aiutarlo a trovare l’inquadratura migliore. Il ritmo di downtown Manhattan, non sembra essere stato scalfito daquello che viene già etichettato come l’attentato di Halloween.

Nei bar e nei ristoranti ci sono ancora le decorazioni di zucche e streghe, eppure mentre assieme a molti altri calpesto, la parte della pista ciclabile che oltre le transenne mostra i segni della violenza, la sensazione forte è che sarebbe potuto succedere a chiunque di noi. New York ci è apparsa vulnerabile, martedì pomeriggio, eppure la fermezza e la professionalità con cui hanno reagito poliziotti, vigili del fuoco, personale medico ci confermano che viviamo in un luogo sicuro e ancora accogliente. Saipov in queste ore è stato sottoposto a un interrogatorio stringente in cui ha dichiarato che gli oltre 2.800 video del leader del Daesh Abu Bakr al-Baghdadi, trovati nel suo cellulare, hanno ispirato la sua azione. Avrebbe voluto avere una bandiera con il vessillo islamico sventolante sul pick-up mentre si accingeva alla strage, ma poi pensando alla visibilità vi ha rinunciato, mentre non vuole rinunciarci adesso nella stanza dell’ospedale dove, a più riprese, continua ad insistere sulla bandiera. Mi trovavo a lezione nella biblioteca centrale di Manhattan mentre Saipov metteva in atto il suo piano di morte. Alle 15.10, mentre sul video scorreva il discorso di Martin Luther King alla marcia di Washington, il suo “I have a dream” veniva interrotto dalle vibrazioni dei nostri cellulari: parenti e amici allarmati volevano sapere di noi e dell’attentato.

Sentiamo le sirene e gli elicotteri volare sulle nostre teste, ma la vita attorno si muove alla stessa velocità e con la nota allegra di bambini e adulti in maschera che passeggiano sui viali e raccolgono dolciumi e caramelle dai negozianti e da chiunque ne abbia fatto scorta in borsa. Si scende a downtown per la sfilata di Halloween, pochi mostri e tanti costumi improvvisati con cartoni e plastiche riciclati: il terrore non ferma New York. Il sindaco Bill De Blasio nella conferenza allestita qualche ora dopo dichiara con convinzione: “Quest’azione vuole piegare il nostro spirito, ma noi sappiamo che i newyorkesi sono forti e resilienti. La città è stata già provata e i newyorkesi non cedono, di fronte a questi tipi di attacchi violenti”. Non annulla la sfilata. Io chiamo gli amici: Ale che vive a pochi passi Chambers streetMarta, Stefano e degli amici italiani che hanno fatto di New York la loro casa: stanno tutti bene. E mentre dalle indagini emerge il foglio, con appunti in arabo, che dichiara le simpatie di Saipov per l’Isis, il mio pensiero va a Tariq, l’amico musulmano che incanta chiunque metta piede nella Moschea di Harlem dedicata a Malcom X. Lo immagino turbato da questa nuova ferita per la comunità islamica e gli assicuro la mia amicizia al di là di tutto. Lui mi risponde grato per questo messaggio delicato e invoca la benedizione di Dio per me. Sappiamo cosa aspettarci nei prossimi giorni, dalla superficialità delle analisi o dai tweet avventati, ma ci ripetiamo che questo non è Islam, è terrorismo. Il sogno di di M.L.King di vedere seduti al tavolo della fraternità, “gli ex-schiavi e gli ex-proprietari di schiavi” e di vedere “oasi di libertà e giustizia” dove oggi bruciano le fiamme “dell’oppressione e dell’ingiustizia” sono un monito a questa città e a questa nazione ferita, ma lo sono anche per il Paese da cui viene Saipov e per quelli che la cecità politica ha reso luoghi di sofferenza. La violenza non è un’arma vincente.

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