Verso la settimana sociale: il lavoro illegale favorisce le mafie

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Di Sergio Gatti

Il lavoro è anche sfida di legalità. Soprattutto in alcuni contesti – e non solo quelli ai quali farebbero pensare antichi luoghi comuni – il lavoro rappresenta un antidoto alle mafie, lo strumento di contrasto più efficace all’economia illegale, la risposta per uno sviluppo possibile “autoprodotto” e per tale ragione sostenibile nel tempo.
L’Istat ha presentato pochi giorni fa i dati dell’Economia illegale, quella costituita essenzialmente dal fenomeno della prostituzione, del contrabbando e soprattutto del traffico di droga. “Nel 2015, le attività illegali considerate nel sistema dei conti nazionali – informa l’Istat – hanno generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro ovvero 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Tenendo in considerazione l’indotto (1,3 miliardi di euro), il peso di queste attività sul complesso del valore aggiunto si mantiene stabile all’1,2%. I consumi finali di beni e servizi illegali sono risultati pari a 19 miliardi di euro (+0,3 miliardi rispetto al 2014)”.
Il traffico di stupefacenti costituisce la tipologia di attività criminale più rilevante tra quelle illegali, con un valore aggiunto che nel 2015 si è attestato a 11,8 miliardi di euro (poco meno del 75% del valore complessivo di questa brutta fetta dell’economia nazionale). Il mondo della prostituzione realizza, sempre secondo l’Istat, un valore aggiunto pari a 3,6 miliardi di euro (poco meno del 25% dell’insieme delle attività illegali) mentre il valore aggiunto generato dalle attività di contrabbando di sigarette è pari a circa 0,4 miliardi di euro, con un incremento di poco inferiore a 100 milioni di euro rispetto al 2014. Le statistiche ufficiali riportano anche un dato dell’indotto connesso alle attività illegali, in particolare il settore dei trasporti e del magazzinaggio che ha generato un valore aggiunto pari a circa 1,3 miliardi di euro.

Il “lavoro illegale” è uno dei temi dei quali si discuterà a Cagliari,

la tappa nazionale del cammino della 48ª Settimana Sociale dei Cattolici, che avrà anche un seguito dopo la quattro giorni dal 26 al 29 ottobre prossimo. Fa parte della sfera definita il “lavoro che non vogliamo” e alla quale sarà dedicata una mostra fotografica che sarà parte integrante del programma dei lavori e strumento centrale del registro “denuncia”, uno dei quattro sui quali si snoda il ragionamento, l’ascolto e l’elaborazione di questa Settimana Sociale.
E proprio alla denuncia dell’economia illegale e alle forme per reagire concretamente,

l’associazione Libera contribuisce dedicando uno studio – chiuso in questi giorni – che verrà distribuito a tutti i partecipanti alla Settimana di Cagliari. Il fascicolo dal titolo “Libera il bene” (riferito anche alla questione dei beni confiscati) ha come sottotitolo “Dal bene confiscato al bene comune”. Con molti numeri, alcune storie e diverse infografiche Libera ha costruito un documento di particolare interesse e testimonia una parte significativa dell’impegno della Chiesa nella costruzione della legalità e della giustizia sociale e nella lotta alla corruzione.Molto interessanti anche i profili relativi alla gestione dei beni confiscati, tema sul quale il nostro Paese vanta, purtroppo, un know how in termini legislativi e gestionali che altri Paesi europei riconoscono e chiedono di “importare”.
“Libera il bene” sarà distribuito a tutti i partecipanti e attirerà l’attenzione su una delle forme con le quali si manifesta la “Chiesa in uscita” o la “Chiesa con il grembiule”, come direbbe Papa Francesco. Una Chiesa che da anni lavora perché il lavoro da illegale possa diventare legale. E il lavoro legale, soprattutto quello dei giovani, è il principale strumento per arginare le mafie e un antidoto rispetto al rischio rappresentato dalla ludopatia, che – oltre ad essere una pericolosa dipendenza – costituisce una perversa illusione di guadagno per alcuni e un altro filone d’oro soprattutto per la criminalità.

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