Monache Clarisse: “il cristiano è servo di Dio, mai servo degli uomini e dei poteri umani”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di domenica 22 ottobre.
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«Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è Dio». Nessuna confusione, quindi, nessuna indecisione nel riconoscere il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe come unico Signore dell’uomo e della storia.
Lo scrive il profeta Isaia, nella prima lettura, e lo afferma Gesù stesso nella pagina evangelica odierna, rispondendo ad una domanda/tranello fattagli da farisei ed erodiani: «E’ lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Gesù chiude la disputa con queste parole: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Gesù non dice che una metà dell’uomo appartiene all’imperatore, cioè la metà materiale o culturale o esteriore che ha a che fare con il “regno del mondo”, e l’altra metà, quella spirituale, personale o interiore a Dio.
Il Signore ci chiede capacità di discernimento: quella saggezza che consiste nell’imparare a dare il nome alla radice prima su cui una vita, la nostra vita, è fondata.
A Cesare appartiene il tributo, nella sua materialità, a Dio apparteniamo noi stessi, uomini e donne nei quali Egli prende dimora aprendoci all’amore, alla vita eterna.
La moneta stessa offre a Gesù l’occasione per rispondere ai suoi interlocutori: Cesare vi pone la sua immagine, con il suo nome; fa circolare questo denaro nell’impero, lo impone ai suoi sudditi ed esso costituisce la base dell’ordine economico. Un ebreo che paga il tributo all’imperatore non compie, in questi termini e in alcun modo, un atto religioso, quasi rinunciasse al culto di Jahvé e alle speranze messianiche, ma soltanto un atto amministrativo, che non può avere un significato diverso se non nell’interpretazione volutamente distorta e malvagia dei farisei e degli erodiani che stanno interrogando Gesù.
Dio e la sua regalità non entrano in concorrenza, quindi, con il “piccolo” potere di Cesare: anzi, in nome dell’unica signoria di Dio, Gesù circoscrive l’ambito del potere politico togliendogli la maschera della sacralità idolatrica e restituendogli la sua laicità profana. Il cristiano è tenuto ad essere un cittadino leale e capace di onorare il suo dovere verso lo stato, ma sarà servo di Dio, mai servo degli uomini e dei poteri umani. Sarà fedele alla terra, senza esenzioni né evasioni dalla storia, ma opererà nel mondo secondo la volontà di Dio, cercando il bene comune, la libertà, la giustizia, la riconciliazione, la pace.
Per questo, la prima lettura ci presenta la figura di Ciro, imperatore di Persia, sovrano pagano, grande condottiero e conquistatore che diventa strumento docile nelle mani di Dio, attraverso cui Dio stesso fa ritornare il popolo di Israele, deportato a Babilonia, nella terra dei padri.
Le sue imprese, le sue gesta hanno come scopo la manifestazione dell’unico Dio: «Tutti gli dei dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli», sono le parole del salmista che invita il popolo di Dio a cantare la gloria, la potenza, le meraviglie dell’unico Re e Signore.

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