La corruzione è ancora uno dei principali problemi del nostro Paese

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Di Stefano De Martis

Sono passati cinque anni dall’approvazione della legge “per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”. È la legge 190 del 2012, assai più nota alle cronache come “legge Severino” (dal nome dell’allora ministro della Giustizia) e soprattutto per l’impatto sulla vicenda politica di Silvio Berlusconi. Ma in una prospettiva più generale, questa legge ha segnato un punto di svolta nella lotta contro la corruzione. Tanto per intendersi, è dalla legge 190 che è nata l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, attualmente presieduta dal magistrato Raffaele Cantone.

È opinione diffusa che da allora siano stati compiuti passi in avanti. Lo stesso Cantone lo ha affermato pubblicamente in molte occasioni, anche recenti.

La piaga della corruzione, però, è ancora uno dei principali problemi del nostro Paese.

All’inizio dell’anno il rapporto elaborato dall’ong Transparency International Italia, basato sull’indice di corruzione percepita (Cpi), ci collocava al sessantesimo posto su 176 Stati. In Europa soltanto Grecia e Bulgaria avevano un indice peggiore del nostro. Una classifica che va interpretata con estrema cautela perché la percezione di esperti e operatori economici (di questo si tratta) è condizionata da molti fattori. In effetti ci sono Paesi che hanno una situazione notoriamente più grave di quella italiana e che in quella classifica risultavano meglio posizionati di noi.

Anche il numero delle indagini (Transparency ha contato 566 casi riportati dai media nazionali nei soli primi nove mesi del 2017) è un elemento che va ponderato con attenzione. Innanzitutto perché in Italia, a differenza che in molti altri Paesi, l’ordinamento prevede l’obbligatorietà dell’azione penale. E poi perché, per usare le parole di Cantone, “le indagini sono la prova della capacità di reagire delle istituzioni”, rappresentano “non soltanto l’emersione della corruzione, ma anche dell’anti-corruzione”.

Lo stesso presidente di Transparency Italia, Virginio Carnevali, nel corso della recente presentazione dell’Agenda anticorruzione 2017, ha sottolineato lo scarto che sussiste tra la corruzione percepita e quella effettiva e ha avanzato un’ipotesi per spiegare il caso italiano: la corruzione ad alti livelli c’è in tutti i Paesi, ma da noi è presente anche a livelli molto bassi.

Tale ipotesi ha trovato un’indiretta conferma nel primo rapporto dell’Istat sulla corruzione in Italia dal punto di vista delle famiglie, diffuso proprio nei giorni scorsi. Si tratta anche in questo caso di una stima che contiene un’intrinseca componente soggettiva. Del resto, è per definizione impensabile avere statistiche ufficiali di fenomeni illeciti. Ma oltre all’autorevolezza dell’Istat, va sottolineata l’ampiezza della rilevazione: tra ottobre 2015 e giugno 2016 sono state intervistate 43 mila persone tra i 18 e gli 80 anni.

L’Istat, dunque, stima che il 7,9% delle famiglie italiane (pari a 1 milione e 742 mila nuclei) “nel corso della vita sia stato coinvolto direttamente in eventi corruttivi come richieste di denaro, favori, regali o altro in cambio di servizi o agevolazioni”. Se si considerano gli ultimi tre anni o gli ultimi dodici mesi il dato è, rispettivamente, del 2,7% e dell’1,2%. Ben più alta (13,1%) è la quota di coloro che conoscono direttamente qualche persona che è incappata nelle stesse situazioni. Vi sono poi casi che l’Istat definisce “non formalmente classificabili come corruzione” e che tuttavia opportunamente segnala, come la richiesta di effettuare una visita a pagamento nello studio privato del medico prima di accedere al servizio pubblico. Una prassi che ha coinvolto il 9,7% delle famiglie (più di 2 milioni e 100 mila).

Tornando al coinvolgimento diretto, l’ambito più rappresentato è quello del lavoro (3,2% delle famiglie), seguito dalle cause giudiziarie (2,9%), dalle domande per benefici assistenziali (2,7%), da visite mediche e ricoveri (2,4%). Le stime più basse interessano il rapporto con forze dell’ordine e forze armate (1%), il settore dell’istruzione (0,6%) e i servizi per elettricità, telefono, gas ecc. (0,5%).

Sul piano territoriale il massimo della corruzione segnalata si registra nel Lazio (17,9%), il minimo nella provincia autonoma di Trento (2%). Ma nessuna regione è esente. Colpisce l’alta percentuale (85,2%) di coloro che ritengono sia stato utile aver pagato e la quota maggioritaria (51,4%) che lo rifarebbe. Mentre solo il 2,2% per cento di quanti hanno avuto richieste di corruzione ha denunciato l’episodio, nella maggior parte dei casi perché ha reputato inutile farlo.

Sono dati che, per quanta prudenza di possa usare nella valutazione, rivelano a quale livello di diffusione capillare e di profondità sia arrivato il virus della corruzione, sicuramente anche per l’effetto moltiplicatore della Grande Crisi. E di come ci sia bisogno di ricostruire un nuovo patto tra i cittadini e le istituzioni, ma anche tra i cittadini stessi.

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