Tra Catalogna e Madrid l’esito di una pericolosa partita a scacchi

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Javier Rubio

Si fa fatica a capire perché diventa così difficile ottenere in queste ore dichiarazioni realistiche e oggettive su quanto sta accadendo in Spagna. Già parlare di conflitto “tra Spagna e Catalogna” per certuni è inadeguato, dal momento che la seconda è una parte della prima. Forse preferirebbero parlare di conflitto “in Spagna con la Catalogna”. La definizione la troviamo nelle lettere e nei comunicati che in questi giorni si sono scambiati il presidente del governo centrale, Mariano Rajoy, e quello della Generalitat catalana, Carles Puigdemont. Quasi un esercizio di ricamo linguistico. E lo stesso succede quando una qualsiasi persona, dalla più competente e autorizzata al comune cittadino, si pronuncia al riguardo oppure fa un semplice commento. Dica quel che dica, inevitabilmente sarà identificata con una o l’altra posizione, anche se solo parla di come preparare il pranzo.

La risposta di Madrid: l’autonomia della Catalogna sarà sospesa. Minuti prima della scadenza stabilita dal governo centrale, oggi, 19 ottobre, arriva la risposta definitiva del presidente del governo autonomo catalano, Carles Puigdemont. Era stato chiesto a lui una chiara conferma sul fatto che fosse stata o no dichiarata “formalmente” l’indipendenza della Catalogna. Una prima e imprecisa risposta c’era già stata giorni prima. Il testo non è proprio di una chiarezza meridiana, però costringe il governo centrale a mettere in moto l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola: l’autonomia della Catalogna sarà sospesa.

Una partita a scacchi. Lo aveva annunciato qualche giorno fa Mariano Rajoy nel suo discorso al congresso dei deputati: “La risposta che il signor Puigdemont darà a questo quesito, indicherà il futuro degli avvenimenti nei prossimi giorni”. Cioè, facciamo le mosse nella scacchiera a seconda di quel che farà l’altro.

La “guerra” dei comunicati. Si è fatto sempre più “minaccioso” il tono utilizzato nelle comunicazioni tra il presidente della Generalitat e il presidente Rajoy. Ora, nella risposta di Puigdemont, si fa addirittura pressante: “Se il Governo dello Stato persiste nell’impedire il dialogo e continuare la repressione, il Parlamento della Catalogna potrà procedere, se lo crede opportuno, a votare la dichiarazione formale d’indipendenza che non ha votato il 10 ottobre”. Ma resta pure impreciso: “Potrà procedere, se lo crede opportuno”. Comunque, visto “il rifiuto” a rispondere con chiarezza, “il governo della Spagna andrà avanti con i precorsi previsti nell’articolo 155 della Costituzione per ristabilire la legalità nell’autogoverno della Catalogna”, si può leggere nel comunicato emesso subito dopo dal governo centrale.

Un futuro ancora incerto. L’articolo 155 non è stato mai applicato e dunque sviluppato. Prevede la possibilità di “prendere le misure necessarie per costringere quella (una comunità autonoma) a compiere per forza i suoi obblighi”. Cioè si apre un processo, a partire del Consiglio dei ministri straordinario di sabato 21 ottobre, che dovrà proporre al Senato (camera alta) le misure concrete da adottare. E poi, un po’ di tempo fin che vedremo la sua concreta applicazione.

Prime conseguenze e timori. Cosa aspettarsi quando tali misure saranno applicate? Probabilmente nuove manifestazioni in piazza, altre migrazioni di grosse e piccole ditte ad altre regioni della Spagna (quasi settecento finora), spostando il loro domicilio sociale o fiscale, e soprattutto il timore che la frattura sociale diventi più profonda

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