Pietro Pompei: “San Benedetto Martire non è una leggenda”

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Di Pietro Pompei

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sono in molti a pensare che la nostra storia va incominciata da quel documento del 1145 in cui si parla della donazione fatta dal vescovo di Fermo, Liberto, a Bernardo e Azzone, figli di Gualtiero, della terra necessaria alla costruzione del Castello di S.Benedetto.
Ma proprio leggendo attentamente quel documento si comprende subito che la nostra storia è iniziata molto più in là, e sia la tradizione sia i resti di mura più antiche ci dicono che almeno per la storia del Paese Alto, bisogna rifarsi al periodo proto-cristiano.

S.Benedetto Martire non è una leggenda. Se nel racconto popolare sono stati aggiunti elementi decorativi o tipici di un’epoca, ciò non toglie che anche i particolari narrativi che ad un primo momento possono apparire straordinari, vanno ricondotti almeno sul possibile ed inseriti nell’elenco dei fenomeni inspiegabili. E’ certo un fatto che la devozione per il nostro Martire fu talmente radicata, da rimanere inalterata tra le tante vicende storiche dell’alto Medioevo che avrebbero potuto in qualche modo, e proprio sul nome così diffuso di Benedetto, ingenerare confusione ed equivoci.
Alla destra di chi entra nella Chiesa del Paese Alto, si trova murata una lapide, ritenuta da sempre una parte di quella posta sul sepolcro del Martire Benedetto.

In essa sono leggibili notizie, ricostruite dall’esperto sacerdote Michettoni che fu parroco della vecchia Chiesa della Madonna della Marina. La morte di Benedetto avvenne all’età di 28 anni, quando regnavano gli Augusti Consoli Diocleziano e Massimiano. La data più probabile del martirio va ricercata negli anni 303 e 305, quando si abbattè sull’Impero Romano l’ultima grande ondata di persecuzioni.In questo periodo quattro successivi editti, di particolare durezza, colpirono i cristiani. Il quarto, emanato nella primavera del 304, estese l’ordine a tutta la popolazione di “sacrificare agli dei”, mostrando la radicalità dell’azione di Diocleziano. I cristiani furono sottoposti a torture di ogni genere e molti furono uccisi.L’ordine giunse con qualche mese di ritardo anche nell’ager Cuprensis, dove a presiedere questa piccola unità amministrativa doveva esserci un dux di nome Grifus. Qui prestava servizio militare il nostro Benedetto. Furono proprio i soldati ad essere trattati più severamente, molti provarono il carcere. Fra questi era il Nostro, come ci spiega un toponimo che indica nell’antica Civita di Cupra “la prigione di S.Benedetto”.

E saranno proprio gli antichi edifici della Civita che degradavano verso il torrenteMenocchia, i silenziosi testimoni di un processo, di una condanna e di una esecuzione capitale, che un anonimo pittore trasse dalla tradizione e dipinse sulle pareti della vecchia Pieve
Abbiamo notizie del martirio del nostro Eponimo e di come il suo corpo e il capo approdarono sulla nostra spiaggia, da sei pitture, sei affreschi, che ornavano l’antichissima Pieve, prima che questa subisse varie trasformazioni attraverso i secoli. Questi dipinti che in un periodo in cui non circolava carta stampata avevano lo scopo di istruire il popolo, furono riprodotti in formelle intorno all’altare del Santo, prima di essere cancellate dalla navata centrale, ma anche qui subirono la stessa sorte. Gli uni e gli altri furono visti dal pievano Giuseppe Maria Polidori, 1705-1741, che li annotò minuziosamente in un “cartolario” custodito per molto tempo nell’archivio della Curia Vescovile di Ripatransone. Di recente sono state riprodotte in maiolica ed esposte nel cortile della parrocchia sotto gli antichi archi, (opera dell’artista Francesco Pompei ).
Nella Prima pittura si poteva vedere tutta l’azione del martirio: dalla condanna a morte, al condurre il condannato al patibolo preparato sul ponte principale del torrente Menocchia, presso Cupra, all’esecuzione della condanna, con il carnefice che recideva il capo del Martire appoggiato su un ceppo. C’era molta folla intorno, costretta ad assistere ad una punizione esemplare.

Nella Seconda Pittura il corpo e il capo del soldato venivano gettati con disprezzo nelle acque sottostanti il ponte. Nella Terza Pittura le acque del Menocchia si erano fatte improvvisamente agitate, trasportando vorticosamente le reliquie del Martire nel mare Adriatico. Nella Quarta Pittura si potevano scorgere molti delfini, quasi in processione, spingere il corpo e il capo verso la riva. Nella Quinta Pittura era dipinto un contadino, appoggiato ad un carro a cui erano legati i buoi, fermo a guardare, incredulo,quella singolare processione. Raccolte poi le sacre reliquie, le aveva poste sul carro per dar loro una degna sepoltura. Nella Sesta Pittura il carro avanzava faticosamente verso il promontorio, oggi occupato dal Paese Alto, dove il Santo sarebbe stato sepolto.
Non vi era di meglio a questo scopo di quel promontorio, coperto dalla macchia mediterranea che si propendeva verso sud sul torrente Albula e ad est sul mare e faceva tutt’uno con il Monte Brucicchio, unico colle che, per compattezza di terreno, non era soggetto a frane. Dalle ricerche fatte e dai reperti rinvenuti a nord-est del Paese Alto, si può affermare che prima ancora del 1145 esisteva un Borgo nei pressi dell’odierna piazza Dante, a ridosso di una strada che costeggiando il colle, avrebbe collegato,poi, altri Borghi interni con Acquaviva e Colle di Guardia da una parte e dall’altra la zona Sgariglia, Monte Secco, “Iscla” e superando il Tesino si sarebbe spinta verso S.Martino e “Le Grotte”.

Poco distante fu posto il sepolcro del Santo, là dove oggi sorge la Chiesa, e per potervi accedere senza suscitare sospetti, si pensò di scavare una strada sotterranea che dalla sponda dell’Albula portasse direttamente alla tomba del Martire. Di questa strada sotterranea, rinvenuta nella seconda metà del 1800, ci dà notizia il Marchese Bruti-Liberati in tre lettere storiche sul “Castello di S.Benedetto”. Di recente ne è stato restaurato un tratto a cui si può accedere sotto il palazzo Piacentini.

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