Papa Francesco: La fede è una proposta d’amore

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Di Fabio Zavattaro

Nel Vangelo di questa domenica leggiamo la seconda parabola sul Regno dei cieli. Gesù è entrato a Gerusalemme accolto con gioia; ha cacciato già i mercanti dal tempio, e ha subito l’attacco dei sacerdoti e degli anziani del popolo: “Con quale autorità fai queste cose?”. Così prima narra la parabola dei due figli, è il Vangelo di domenica scorsa, quindi dei vignaioli infedeli, ai quali il padrone affida la vigna che aveva piantato. Li mette alla prova, ci ricorda Papa Francesco all’Angelus: “La vigna è affidata loro, che devono custodirla, farla fruttificare e consegnare al padrone il raccolto”.
Il brano si articola attorno a quattro parole: orgoglio, egoismo, infedeltà e rifiuto. Protagonisti sono il padrone premuroso e gli avidi contadini che non gli vogliono consegnare i frutti del raccolto, arrivando ad uccidere i servi e perfino il figlio del padrone della vigna. Nel rifiuto dei contadini – “non si considerano semplici gestori, bensì proprietari, e si rifiutano di consegnare il raccolto” dice Francesco – c’è il no secco, deciso, alla mano tesa dal padrone, che pur di ottenere i frutti della sua proprietà, cioè pur di stringere l’alleanza con l’uomo, è disposto a mandare il proprio figlio. La parabola ripercorre la storia di Gesù, la sua missione, il suo amore per il popolo dell’alleanza: lui è il figlio inviato, rifiutato e ucciso; è la pietra d’angolo che i costruttori – così si chiamavano i capi religiosi del tempio – hanno scartato. Diceva Benedetto XVI: Gesù “rifiutato e ucciso, è risorto diventando la pietra d’angolo su cui possono poggiare con assoluta sicurezza le fondamenta di ogni esistenza umana e del mondo intero”.
L’immagine della vigna è presente anche nella prima lettura, ma in Isaia non bastano le premurose cure del padrone per farla fruttificare: rimane sterile, immagine della resistenza di Israele alla alleanza con Dio. In Matteo, invece, è l’avidità dei contadini a impedire al padrone di raccoglierne i frutti. “Questo racconto illustra in maniera allegorica quei rimproveri che i Profeti avevano detto sulla storia di Israele. Storia che ci appartiene: si parla dell’alleanza che Dio ha voluto stabilire con l’umanità ed alla quale ha chiamato anche noi a partecipare”, afferma il Papa. “Questa storia di alleanza però, come ogni storia di amore, conosce i suoi momenti positivi ma è segnata anche da tradimenti e da rifiuti”.
Vista la risposta ostinata dei contadini, la parabola si conclude con una domanda che ci coinvolge, perché rischiamo di sentirci, in un certo senso, più spettatori, e inevitabilmente ci poniamo dalla parte di chi giudica, invece di riflettere sui nostri possibili rifiuti. La domanda, dunque: “Quando verrà il padrone della vigna cosa farà a quei contadini?”. Matteo ci dice che la vigna, per Gesù, è il regno del Padre, e “la delusione di Dio per il comportamento malvagio degli uomini non è l’ultima parola. È qui la grande novità del cristianesimo: un Dio che, pur deluso dai nostri sbagli e dai nostri peccati, non viene meno alla sua parola, non si ferma e soprattutto non si vendica”, afferma Papa Francesco, ma “ci aspetta per perdonarci, per abbracciarci”. In Isaia, la vigna distrutta. In Matteo, non può essere abbandonata, ma sarà data ad altri che consegneranno al padrone i frutti.
Attraverso le “pietre di scarto – Cristo è la prima pietra che i costruttori hanno scartato – attraverso situazioni di debolezza e di peccato, Dio continua a mettere in circolazione il ‘vino nuovo’ della sua vigna, cioè la misericordia”.
C’è un solo impedimento, afferma Francesco all’Angelus: “La nostra arroganza e la nostra presunzione, che diventa talvolta anche violenza”. La fede cristiana, dice ancora il Papa, “non è tanto la somma di precetti e di norme morali, ma è prima di tutto una proposta di amore che Dio, attraverso Gesù, ha fatto e continua a fare all’umanità”. Siamo chiamati ad “uscire dalla vigna per metterci a servizio dei fratelli che non sono con noi, per scuoterci a vicenda e incoraggiarci, per ricordarci di dover essere vigna del Signore in ogni ambiente, anche quelli più lontani e disagevoli”.

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