Gaza, tre anni dopo la guerra procede lentamente la ricostruzione

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Daniele Rocchi

A tre anni dalla fine della guerra tra Israele e gruppi armati palestinesi di Gaza, durata dall’8 luglio al 26 agosto 2014, sono ancora 29mila (oltre 5.500 famiglie) le persone sfollate. Erano 100mila alla fine dei combattimenti. Le abitazioni di 9.800 di questi sfollati sono in via di ricostruzione, mentre gli altri 19.200 non hanno ricevuto alcun finanziamento per riedificare la casa e non vedono alcuna fine alla loro condizione attuale. Sono solo alcuni dei dati, riferiti alla fine di agosto 2017, che emergono da un rapporto diffuso nei giorni scorsi dall’Ocha, l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari. Emergenza abitativa che si aggiunge alle già tante criticità di Gaza, vessata da disoccupazione, carenze igienico-sanitarie, mancanza di energia elettrica e di infrastrutture.

Emergenza abitativa. Secondo l’ufficio per la ricostruzione di Gaza che opera in senso all’Autorità palestinese, la mancanza di fondi è la prima causa dei ritardi nella ricostruzione.

Solo 2/3 dei circa 500 milioni di dollari necessari per ricostruire le abitazioni totalmente distrutte sono stati effettivamente donati.

In misura minore la ricostruzione risente invece delle restrizioni israeliane sui materiali, come cemento e tondi per le armature. Dai dati emerge anche che l’88% degli sfollati interni oggi vive in case affittate, mentre il 7% è rimasto nell’abitazione danneggiata o nei pressi della stessa, il 3% ospite di parenti e il 2% in caravan o in rifugi di fortuna. Considerando la quantità limitata di case in affitto a Gaza, c’è da ritenere che alcune famiglie in realtà abbiano affittato degli spazi dentro le abitazioni di parenti o in strutture non adibite a uso residenziale.

Si stima che la carenza di case a Gaza sia passata da 71mila nel 2012 a 120mila della fine di agosto 2017. Non a caso una delle prime forme di aiuto dato dalla comunità internazionale alle famiglie impossibilitate a pagare un affitto è stato quello economico, dai 200 ai 250 dollari al mese, da elargire fino alla ricostruzione completa delle loro abitazioni.

Purtroppo a causa della carenza dei fondi le Nazioni Unite non stanno erogando questo aiuto dallo scorso gennaio alle 500 famiglie sfollate sotto loro tutela, mentre l’Unrwa, l’organismo Onu per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, ha esaurito le riserve lo scorso giugno e non può più assistere 4.500 nuclei familiari di rifugiati. In alcune aree della Striscia è la Mezzaluna Rossa che cerca di alleviare le condizioni di altre 450 famiglie di sfollati, ma i fondi stanziati dalla Turchia per questo progetto finiranno il prossimo dicembre. La difficoltà abitativa si riflette anche sulla vita delle famiglie che dipendono dagli aiuti umanitari.

200mila bambini bisognosi di aiuto psicologico. Secondo Unrwa, a maggio di quest’anno, erano oltre

200mila i bambini bisognosi di assistenza psicologica a causa dei traumi di guerra

cui si sommano il blocco di Israele e le tensioni interne dovute alle divisioni tra palestinesi. Il 30% dei più piccoli lamentano, stando a quanto affermato dall’organismo Onu, chiari segni di iperattività e di disagio psichico (stress, paura). Lo stesso vale per il 48% degli adulti che sono in cura nelle cliniche Unrwa. Nel 2016 l’Humanitarian Needs overview (Hno) aveva identificato 235.633 bambini bisognosi di sostegno psicologico, un numero sceso del 3% nel 2017. Ad assistere questa larga fascia di popolazione, il dato riferisce al 2016, sono state 29 associazioni che hanno raggiunto poco meno di 200mila bambini, ovvero l’83% del target. Nella prima metà del 2017 la percentuale è scesa al 19%, ovvero 42.528 piccoli. A costoro vengono offerte cure e attività sportive, artistiche, ricreative insieme a programmi di interazione genitori-figli.

Prove di pace tra Hamas e Al Fatah. Ricostruire case e abitazioni resta, dunque, una delle sfide principali che attende la Striscia di Gaza a tre anni dal conflitto. Sfida resa ancora più dura dalla divisione politica e amministrativa che vige tra la fazione palestinese che governa la Striscia (Hamas) e quella che controlla la Cisgiordania (Al Fatah). Ma qualcosa sembra muoversi.

Hamas, che dal 2007 controlla Gaza, ha dichiarato di aver accettato per intero le condizioni poste dalla rivale Autorità nazionale palestinese (Anp), controllata da Al-Fatah del presidente Abu Mazen, per una riconciliazione palestinese a dieci anni dalla rottura.

Fra queste, si legge in una nota di Hamas, c’è anche semaforo verde a elezioni generali palestinesi, che comprendano sia Gaza sia la Cisgiordania. Il processo di riconciliazione, mediato dall’Egitto, segna una vera svolta e “dischiude forse all’orizzonte una vera riconciliazione” con Al-Fatah, secondo l’ex ministro palestinese Ashraf al-Ajrami: per nuove elezioni, dice, “occorre ancora tempo. Prima va ricostruita la fiducia reciproca”.

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