La tela della riforma elettorale

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Stefano De Martis

Il Parlamento ha ripreso a tessere la tela di Penelope della riforma elettorale. Dopo la discussione e il voto degli emendamenti nella commissione affari costituzionali, il nuovo testo approderà all’aula della Camera il 10 ottobre. Sulla carta la riforma ha il sostegno di una solida maggioranza: Pd, Forza Italia, Lega e Alternativa popolare (mentre Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, Mdp e Sinistra Italiana si sono dichiarati contrari). Ma visto quanto è accaduto a giugno, quando il sistema “alla tedesca” (ribattezzato Rosatellum dal nome del capogruppo del Pd, Ettore Rosato) è franato su un emendamento pur avendo in partenza l’appoggio della stragrande maggioranza del Parlamento (Pd, M5S, Fi e Lega), ogni previsione è un azzardo.
Per conoscere tutti gli aspetti del testo che sarà sottoposto all’assemblea dei deputati bisognerà attendere l’esito del passaggio in commissione (sono stati depositati 321 emendamenti). Ma il meccanismo di base di quello che per le cronache è il Rosatellum-bis (anche la fantasia sembra essersi un po’ esaurita) è definito. Si tratta di un sistema misto. Il 36% dei seggi viene assegnato in collegi uninominali maggioritari: vince il candidato che prende più voti e questo spinge i partiti a coalizzarsi. I restanti seggi, che sono circa i due terzi del totale, sono attribuiti con metodo proporzionale, mediante liste bloccate molto corte (3-6 candidati). La soglia di sbarramento per ottenere seggi è il 3% dei voti. Il dato politico più rilevante di questo sistema è che vengono rilanciate le coalizioni (di qui l’ostilità del M5S che rifiuta ogni alleanza) consentendo però ai singoli partiti di mantenere una presenza autonoma. Su un’unica scheda, somigliante a quella per eleggere i sindaci nei comuni con più di 15mila abitanti, i nomi dei candidati uninominali sono affiancati dai simboli (con relative “listine”) dei partiti che li appoggiano. L’elettore può segnare il candidato e una delle liste, oppure soltanto il candidato (nel qual caso il voto si spalma proporzionalmente tra le liste che lo sostengono in base ai voti ottenuti dalle liste medesime) o soltanto una lista (e in questo caso il voto vale anche per il candidato). Quale che sia il giudizio di merito sul sistema, va registrato con favore il fatto che le forze politiche non si siano rassegnate ad andare alle urne con leggi di risulta, mera conseguenza degli interventi della Corte costituzionale sulle normative precedenti. E va dato atto al Rosatellum-bis di ovviare almeno al problema delle vistose contraddizioni esistenti tra il sistema in vigore per la Camera e quello vigente per il Senato.
Ma sia che la riforma vada in porto, sia che tutto resti così com’è, rimane irrisolto il nodo cruciale della governabilità. Non basta un terzo di collegi maggioritari per cambiare i termini della questione: a meno di mutamenti sostanziali nelle opzioni di voto degli elettori, dalle elezioni non uscirà alcuna maggioranza e formare un governo sarà una mission impossible. Mancano più o meno cinque mesi al voto e c’è già chi ha cominciato a parlare della necessità di un “governo del Presidente”. Formule che lasciano il tempo che trovano. Ma di sicuro ci sarà bisogno di tutta l’autorevolezza del Capo dello Stato per risolvere un rebus apparentemente senza soluzioni.

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