Lavoro, guardare dietro le buone notizie

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Andrea Casavecchia

Dopo tanto tempo arrivano consistenti segnali positivi dal mercato del lavoro. Occorre attenzione però perché sia possibile impostare una vera ristrutturazione del mondo della produzione che altrimenti rischia di rimanere ai margini di una trasformazione epocale.
In Italia il mercato dell’occupazione si muove. Lo si osserva soprattutto con la riduzione delle persone tra i 15 e i 64 anni inattive che rispetto all’anno scorso 76mila in meno. Quando diminuisce la quota di persone che si auto esclude dal mercato del lavoro, significa che si aprono nuove opportunità in grado di interessare un gruppo più ampio della popolazione attiva, rispetto al passato. I dati Istat ci avvisano, anche, che aumenta il numero degli occupati di circa 153mila unità e in totale. Per la prima volta dal 2008 si è tornati a sfiorare i 23 milioni di lavoratori.
Dietro le buone notizie vanno, però osservate le problematiche. Altrimenti un risultato positivo potrebbe trasformarsi in un fuoco di paglia.
Due importanti studiosi hanno sottolineato alcune attenzioni da considerare per capire come stiamo uscendo dalla crisi.
Da un lato l’economista Tito Boeri, attuale presidente dell’Inps, spiega che, tra le nuove assunzioni, diminuiscono i contratti a tempo indeterminato: meno di uno su quattro. Se ne deduce che ci sono meno imprese disponibili a investire a lungo termine sui lavoratori. Ci dovremmo allora chiedere quanta sia la fiducia delle aziende in una ripresa stabile.
Dall’altro lato il sociologo Emilio Reyneri ha evidenziato la scarsa qualità dell’occupazione offerta dal mercato di lavoro italiano. I dati Ocse rilevano, ormai da qualche anno, che si sta riducendo il numero dei lavoratori di media qualifica. Il trend è presente in tutti i Paesi economicamente più avanzati, perché i nuovi processi produttivi integrati (l’industria 4.0) porta a ridurre proprio quei posti. Però, mentre negli altri Paesi dell’Europa occidentale cresce il numero di lavori più qualificati, in Italia questo non avviene.
Anzi l’Italia è in controtendenza. Qui aumenta il numero dei lavoratori con basse qualifiche: commessi, assistenti familiari, occupazioni manuali a basso profilo professionale. Il fenomeno mostra lo scarso investimento delle imprese, che tradizionalmente sono medio piccole, nei settori dell’innovazione, della ricerca e sviluppo. Rileva Reyneri che «rispetto all’Unione europea a 15 l’Italia presenta un tasso di occupazione inferiore di quasi 10 punti percentuali, ma oltre 8 punti sono dovuti alla fascia di lavori ad alta qualificazione».
Perché il nostro sistema produttivo raggiunga il livello degli altri Paesi occorre migliorare la qualità del lavoro, non è sufficiente aumentare il numero degli occupati. Altrimenti avremo lavoratori sì, ma poveri.

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