Vescovo Carlo Bresciani: “Come raccontiamo oggi la storia della fede della nostra chiesa?”

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Pubblichiamo l’intervento integrale pronunciato dal Vescovo Carlo Breciani in occasione della presentazione della lettera pastorale 2017/2018: “Il cammino della Fede, raccontalo a tuo figlio”

Il tema di quest’anno pastorale, che stiamo incominciando, è determinato in modo forte dal Sinodo sui giovani che papa Francesco ha indetto e che avrà nel novembre 2018 la sua celebrazione a Roma. Non possiamo che camminare insieme con la Chiesa universale che riflette su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
Ma è anche vero che se il tema dei giovani è molto importante per la trasmissione della fede, una trasmissione che sembra in seria difficoltà nei nostri tempi, è tutta la comunità cristiana che, guidata dalla Parola di Dio, è chiamata a un cammino di fede. La Parola di Dio deve sempre stare al centro della nostra preghiera e della nostra vita cristiana: è a partire da essa che tutto cresce e si santifica. Si tratta allora di prendere un testo biblico di riferimento che possa accompagnarci e illuminarci nel nostro cammino, così che la Sua parola sia luce ai nostri passi, i nostri e quelli dei nostri giovani. Non possiamo che camminare con loro, poiché il loro cammino di fede non può che essere analogo al nostro e il nostro aiuta certamente anche il loro. Solo se sarà insieme con loro, sarà un cammino che potrà portare a risultati positivi, con la grazia di Dio.
Da qui il titolo che ho dato alla lettera pastorale: “Il cammino nella fede”.

La fede come storia di vita
La nostra storia di fede non incomincia oggi, Dio non incomincia oggi la sua storia di amore con noi. Non possiamo essere come coloro che non hanno e non fanno memoria del loro passato e delle opere di Dio. Se non facciamo memoria grata del passato rischiamo di avere – come dice papa Francesco – l’Alzheimer spirituale, malattia terribile che non permette più di riconoscere né figli, né genitori.
La nostra fede ha un fondamento storico: le opere di Dio nel mondo e dentro la nostra storia personale. E noi queste opere le abbiamo sperimentate nelle vicende della nostra vita e questa è la nostra esperienza religiosa. La trasmissione della fede non può non comprendere questa esperienza personale che va raccontata ai propri figli. Ecco il sottotitolo della lettera pastorale: “raccontalo a tuo figlio”. I nostri ragazzi sentono di tutto, anche quello sarebbe bene non sentissero mai; diciamo loro di tutto in famiglia, ma forse siamo latitanti sul racconto della nostra fede.
Questo racconto è molto importante per la storia di vostro figlio, dei nostri ragazzi e dei nostri giovani, molto più di tante raccomandazioni o regole morali che possono essere date. Raccontare la propria esperienza di fede, con le sue gioie e le sue difficoltà: si tratta della nostra storia con Dio, ma soprattutto della storia di Dio con noi. In un certo senso tutti noi abbiamo una storia sacra da raccontare: una storia personalissima, ma anche molto simile alla storia di ogni vita di fede. Dobbiamo trovare il tempo per raccontarci a loro e per ascoltare la loro storia di fede, probabilmente faticosa come la nostra: si tratta di tempo prezioso, di tempo di grazia che aiuta i nostri ragazzi più di tante cose con le quali riempiamo la nostra casa, senza aver tempo di ascoltare e parlare con loro.
Raccontare loro questa nostra storia e ascoltare la loro è già introdurre i nostri ragazzi in una esperienza di fede vissuta (la nostra) e aiutarli a discernere la loro personale storia in una luce più profonda. Si tratta di dire loro la nostra fede letta dentro i fatti della nostra vita, fatti semplici, ma veri perché nostri. È già un modo per aiutare loro a fare altrettanto. Io sono convinto che uno dei motivi della difficoltà a trasmettere la fede oggi, dipenda anche dal fatto che non raccontiamo più in famiglia la nostra storia di fede ai nostri giovani e non la viviamo più come storia da costruire giorno per giorno insieme con loro. Di fatto, li lasciamo soli in questo cammino della fede, magari con la scusa che è una scelta personale che spetta a loro fare. Ma questa è una scusa.

L’Esodo come testo biblico di riferimento
Da qui è scaturita la scelta del libro dell’Esodo su cui si incentra anche la lettera pastorale che affido a voi e alle comunità cristiane della diocesi. Perché l’Esodo? Perché è emblematico del cammino di fede e del modo in cui Dio accompagna il suo popolo verso la terra promessa, che può essere identificata come la maturità della fede. Ma anche perché questo libro è sempre stato, anche per gli Ebrei, il testo cui ricorrevano per educare i loro figli a comprendere la guida che Dio aveva dato al suo popolo e le grandi meraviglie che aveva operato, e continuava ad operare. Non è sbagliato pensare che anche Gesù sia stato educato su questo testo, che mostra di conoscere bene.
Anche noi terremo il libro dell’Esodo come testo della Parola di Dio che ci accompagna durante l’anno pastorale, non soltanto per contemplare un passato, ma per lasciarci guidare a scoprire le opere che Dio continua ad operare tra di noi. Tornare al passato per comprendere il nostro presente e rileggerlo con Dio: questo è il cammino della fede. Le promesse di Dio e la sua guida operosa non vengono mai meno.
In fondo, possiamo dire che anche noi come il popolo Ebreo in Egitto, e con noi molti giovani e molti popoli, gridano a Dio perché sono nella schiavitù e non nella vera libertà. Anche noi siamo invitati a scoprire il grido, a volte muto, che viene dalla nostra vita e il grido dei giovani che chiedono luce sulla loro strada per un discernimento che li possa introdurre nella maturità della vita.
Il tema del Sinodo è: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” dove per vocazione non si intende immediatamente quella consacrata (preti, suore o frati), ma discernimento di che cosa si è chiamati a vivere, di quale meta abbia la propria vita. Discernimento ha a che fare con la ricerca delle linee guida della vita, dei punti forti su cui potersi basare per andare verso un futuro che sia promettente e dia fiducia. I giovani hanno bisogno di discernere il loro personale posto nella comunità degli uomini e nella Chiesa. Hanno bisogno di fondare la loro fiducia per proiettarsi costruttivamente nel futuro che li attende.
La fiducia ha le sue basi nelle esperienze del passato che aprono squarci di luce per il futuro e danno coraggio nell’affrontarlo anche nelle difficoltà. Così ha sempre fatto l’uomo di fede con quella perseveranza sulla quale ci siamo fermati nell’anno pastorale che abbiamo appena concluso.

Il cammino della Fede
L’Esodo racconta la storia del cammino di fede di un popolo: questo libro della Bibbia sarebbe completamente incomprensibile se non si partisse da questo. È la fede che mette in cammino questo popolo; è la fede che lo tiene in cammino e alla fine gli permette di entrare nella terra promessa. Era la fede in un Dio che alla partenza non sapevano neppure come si chiamasse: sapevano solo che era il Dio dei loro padri Abramo, Isacco e Giacobbe. Solo al Sinai Mosè ha avuto la rivelazione del suo nome (Jahvè), dopo aver fatto un lungo cammino nel deserto, fuggendo dal faraone che lo voleva morto.
Voglio fermarmi brevemente su questa parola “fede” che troppo spesso rischia di essere compresa in maniera deviante. Tutti noi sappiamo che c’è una fede cristiana, la nostra, quella che professa che Gesù è il figlio di Dio, nato, morto e risorto, vivo in mezzo a noi nella sua Parola, nei sacramenti e nella Chiesa. Questa è la nostra fede cristiana. La fede è solo una questione dei cristiani?
Se la pensiamo così, si finisce in una specie di corto circuito da cui non si esce e che alla fine banalizza la stessa fede cristiana, rendendola un fatto opzionale e irrazionale, non influente rispetto a una possibilità di vita piena che potrebbe essere vissuta anche senza fede. In fondo in questo modo la fede diventerebbe una scelta arbitraria, che uno può fare, ma che un altro potrebbe benissimo non fare senza alcuna incidenza sulla sua vita. In altre parole, si può benissimo vivere senza fede. A me pare questo assolutamente falso e di una sorprendente superficialità. Cerco di spiegarmi.
È ovvio che la fede è una scelta libera dell’essere umano, non può essere costretta o imposta da nessuno. Certamente non può essere imposta una fede religiosa: c’è un diritto alla libertà religiosa, che non è ancora sufficientemente compreso e difeso. Certamente una fede religiosa non può essere imposta a nessuno con la violenza o la forza. Non si può costringere a convertirsi a una fede: questo pensano quelli dell’Isis, ma non è una questione di fede, ma di potere.
La domanda radicale è: si può vivere senza fede? Cercherò di mostrare che non è possibile e che la questione non è fede sì-fede no, ma fede in chi o in che cosa. Infatti, senza una certa fede nel futuro, letteralmente non è possibile vivere, domina paura, ansietà, depressione, incapacità di fare scelte di lungo respiro: cosa oggi molto diffusa. Mi pare che sia questa fede quella di cui, in prima battuta, parla il papa nel tema del Sinodo sui giovani, anche se non solo di questa.
Ma di che cosa si tratta? Bisogna tener presente che una fede (non teologica ovviamente), sta alla base di ogni nostra scelta, perché nessuno di noi è mai assolutamente certo degli esiti delle sue decisioni, anche di quelle migliori e meglio pensate. Ogni decisione di vita suppone una certa fede nel futuro. E il motivo è molto semplice: noi possiamo decidere di agire in un certo modo o in un altro, ma non tutte le condizioni e le conseguenze delle nostre decisioni sono nelle nostre mani: ci incontriamo e ci scontriamo sempre con l’imponderabilità degli eventi e delle persone, e quindi con una certa incertezza del futuro. Noi possiamo mettere le condizioni per un futuro di un certo tipo, ma il futuro di nessuno di noi è nelle nostre mani. Non decidiamo solo noi del futuro.
Senza una certa fede nel futuro, non si mette al mondo nessuno, non ci si sposa, non ci si iscrive all’università, non si incomincia a costruire una casa, non si compera neppure un’automobile e non si sale su un aereo. Per comperare un pezzo di formaggio o qualche fetta di prosciutto al supermercato ho bisogno di una certa fede in colui che me lo vende, che egli mi dia cibo buono e non avvelenato, e così via. Non possiamo mai escludere che ci venga propinata una bidonata. Ma senza questa fede/fiducia, morirò di fame.
Come si vede, senza questa fede/fiducia non si può vivere. Tutti esperimentiamo che non possiamo contare solo su noi stessi e su ciò che è nelle nostre mani. Investiamo sulla fiducia, certo non in modo cieco, ma mai con certezza matematica. Nelle decisioni di vita non è la matematica che ci dà l’ultima sicurezza: la matematica ci dà la sicurezza su quanto dobbiamo pagare il prosciutto, non che il prosciutto sia buono e di qualità.
Quindi abbiamo stabilito che senza fede/fiducia non si può vivere, perché non si può fare nessuna decisione o nessuna scelta. La vita richiede scelte coraggiose, tanto più sono coraggiose, tanto più abbisognano di una fede forte nel futuro.
Il popolo di Israele, benché schiavo in Egitto, senza fede in un futuro diverso, si lamentava della situazione, ma non era capace di fare le scelte coraggiose di cui c’era bisogno. Gridava a Dio il suo dolore, ma non avendo fede nel futuro che Dio prometteva, non aveva alcun coraggio di rischiare e di decidersi: era dominato dal dolore del presente e dalla paura del futuro e si lasciava perfino imporre l’uccisione di tutti i figli maschi, ciò che significava semplicemente la morte del popolo. Singolare il collegamento tra mancanza di fede nel futuro e morte del popolo.
Questo popolo sapeva del Dio del loro padre Abramo, ma mancava di fede in lui, gridava è vero a lui, ma tutto finiva lì.
I nostri giovani sanno della fede dei loro padri (spesso sento dire che la ammirano), ma non hanno più fede nel Dio dei loro padri, di fatto sono in balia del faraone di turno. Potremmo chiederci a quale faraone stanno obbedendo, dove pongono la loro fiducia, e forse faremmo delle scoperte interessanti: si tratta di faraoni che stanno costruendo le loro città e le loro piramidi, distruggendo le vite e il futuro dei giovani, i quali danno la loro fede a dei che non possono salvare e che li bloccano senza iniziativa con la paura di disastri nel futuro, ma nel frattempo devono consumare sempre di più, perché questo permette di costruire sempre più mattoni per arricchire le città dei faraoni. Non si uccidono più i maschi, semplicemente non si procrea più, perché tutta la famiglia deve lavorare anche la domenica per arricchire i faraoni.
Siamo in balia del consumismo come dio che promette la liberazione e la felicità. C’è una fede in questo, si tratta di vedere con chiarezza che questa fede di fatto non libera la vita e le sue potenzialità.
La domanda: da quale schiavitù dobbiamo essere liberati noi oggi? Da quale Egitto dobbiamo uscire attraverso il cammino della nostra fede?

Mosè: la guida
Il popolo di Israele ha avuto bisogno di un profeta che accogliesse il grido silenzioso di questo popolo – Mosè – e gli dischiudesse la possibilità di un futuro diverso. Il popolo voleva un futuro diverso, ma ha fatto fatica a credere a Mosè e non voleva pagare il rischio che comportava avviarsi verso di esso, temeva le reazioni del faraone.
Mosè aiuta questo popolo non solo promettendo la libertà, ma aiutandolo a comprendere quale fosse la strada da percorrere per raggiungerla. È vero che Mosè dice di parlare in nome di Dio, ma il popolo deve credere a Mosè per mettersi in moto, in caso contrario non si sarebbe liberato. C’è sempre una fede negli uomini che guida la nostra vita, importante è la credibilità di coloro ai quali prestiamo fede. C’è una fede nei genitori che ci apre alla vita fin da quando siamo appena nati, c’è una fede nel futuro coniuge quando decidiamo di sposarsi, c’è una fede nell’uomo quando si decide di generare un figlio, e così via.
È vero che, purtroppo, qualche volta gli uomini ci ingannano, ma è altrettanto vero che, senza correre questo rischio ponderato, non potremmo avere dalla vita quello che essa ci può dare. Mosè deve dare prove di credibilità non solo al faraone (le 10 piaghe) ma anche al suo popolo troppo timoroso. Ma è solo perché il popolo ha saputo credere in Mosè che dall’Egitto è uscito e si è liberato dalla schiavitù. È solo perché il bambino crede al genitore che impara a entrare in questo mondo e a inoltrarsi nel cammino della sua vita. È solo perché si crede nel futuro coniuge che ci si sposa, in caso contrario si resta scapoli per tutta la vita … Se non avessimo questa fede, resteremmo quanto meno dei disadattati.
Si potrebbe continuare, ma credo che sia a questo punto chiaro che aver fede in qualcuno non è una questione cristiana, direi una necessità umana: è questioni di vita o di morte. Importante però è a chi crediamo. Non a caso san Paolo dice “so in chi ho posto la mia fede” (2Tim 1, 12).
I giovani hanno bisogno di guide affidabili, che abbiano il coraggio di ascoltare il loro grido e di parlare loro, di guide che li aiutino a trovare la lor strada nella vita, senza manipolarli. Occorre una chiesa che prepari queste guide e che dia loro fiducia. Da qui la scelta della formazione come scelta necessaria.
Come Chiesa siamo chiamati ad essere dei Mosè per i nostri giovani! Questo è un aspetto missionario della Chiesa.

Basta la fede negli uomini?
Qui ci troviamo di fronte a una nuova questione assolutamente fondamentale nel cammino della nostra fede. Penso che tutti facilmente possiamo rispondere: fino a un certo punto, non siamo mai sicuri al 100×100, non soltanto per la possibilità di imbroglio o di menzogna, che purtroppo noi siamo capaci di introdurre nei nostri rapporti anche con impensabile malizia, ma perché anche colui che ci promette con estrema sincerità non può disporre di sé come vuole fino in fondo: non può disporre della sua salute e della sua malattia, delle condizioni che verranno a crearsi al di là della sua volontà e/o responsabilità…
O siamo da capo nella impossibilità di decidere oppure abbiamo bisogno di una fede che vada oltre gli altri che non possono prometterci ciò che non sono sicuri di poter mantenere. Solo su noi stessi noi non possiamo fondare un futuro, né per noi né per gli altri.
Fidarsi del caso? Per qualcuno si tratta proprio di questo. Ma la risposta non è soddisfacente, perché mi fiderei di un caso che non può che essere cieco. Come affidare la vita al caso e spendersi sapendo che alla fine è il caso che decide? E alla fine cosa troviamo: il caso? È il caso la terra promessa? Se la terra promessa è il caso allora hanno ragione gli Ebrei a non lasciare l’Egitto pur lamentandosi delle situazioni che vivono, hanno ragione a non fidarsi di Mosè. Mosè è guida che non lega le persone a sé, ma rimanda sempre a Dio e alle sue promesse. Essi si fidano delle promesse di Dio.
Do fiducia al caso giocandomi la vita su di esso o mi fido delle promesse di Dio? Mi pare che sia questa la questione radicale della fede, quella che anche gli Ebrei in Egitto hanno dovuto affrontare e che ciascuno di noi deve affrontare nella propria vita.

Oltre la fede negli uomini
Quanto detto mi pare importante per aiutare i nostri ragazzi e giovani ad affrontare il tema della fede e aiutarli anche a fondare una fede sicura nel futuro, così da poter fare delle scelte anche coraggiose, umanamente e cristianamente, per la loro vita. Vanno aiutati anche nel catechismo a fare questo.
Da un lato, la fede diventa parte della vita e così viene compresa. Non è assurdo avere fede, perché, come dicevamo, possiamo vivere solo se poniamo fede in qualcuno o qualcosa. Non è quindi, assurdo o irrazionale, credere in Dio, ma è parte della vita. Se noi abbiamo esperimentato che Lui ci ha accompagnato nel nostro cammino, diciamolo ai nostri ragazzi e giovani, e non solo. Raccontiamo loro la nostra storia con Dio nella Chiesa.
Abbiamo bisogno di fidarci degli esseri umani (non possiamo farne a meno), ma essi non sono in grado di fondare fino in fondo la nostra fede nel futuro. È necessario un affidamento più profondo, senza del quale non solo non viviamo bene le relazioni, ma ne viene mortificata la nostra stessa vita. È in questo affidamento più profondo che nascono le tentazioni, quelle che anche il popolo d’Israele ha provato nel deserto: tornare indietro, aggrapparsi a qualcosa o qualcun altro, mormorare contro Mosè o chi collabora con lui (quando si perde la fede in Dio, fioriscono le mormorazioni!) …
Non basta la decisione di una volta (sposarsi, diventare prete, scelta professionale…), occorre rinnovarla di fronte ad ogni fatto nuovo o a ogni contrattempo, così come è stato per il popolo ebreo durante tutto il suo viaggio verso la terra promessa. Occorre perseverare (cfr. anno pastorale scorso).
Per la perseveranza è importante tornare a fare memoria della storia della propria fede: ecco l’Esodo che gli Ebrei raccontavano ai loro figli, spiegando il perché del loro modo di agire (liturgico). S. Giovanni della Croce afferma che “la memoria si perfeziona nel vuoto della speranza”. E’ proprio quando la speranza sembra affievolirsi che diventa importante la nostra storia, quella del cammino della nostra fede -ricevuta da piccoli o riscoperta in età adulta.
Il papa ripete spesso ai giovani “non lasciatevi rubare la speranza”, ma su che cosa può fondarsi la loro speranza? Solo sulle parole o su vaghe promesse, oppure su un passato che ci dà fiducia? Anche noi abbiamo una storia sacra che fa da fondamento alla nostra fede e alla nostra speranza e che può diventare luce per la fede dei nostri ragazzi e giovani. Senza questo fondamento storico la fede rischia di diventare una filosofia tra le tante, adornata di riti magari ben preparati, ma che non ispirano più la vita, cioè non costruiscono la nostra storia sacra.

Cammino di un popolo nella corresponsabilità sinodale
Da solo Mosè non può fare nulla, ma anche l’ebreo da solo non può fare nulla. Dio vuole un popolo. Perché? Perché insieme ci si sostiene nella carità verso la terra promessa.

Il principio di sussidiarietà suggerito a Mosè da suo suocero Ietro, è principio di saggezza, che significa collaborare all’interno dell’unico popolo di Dio e assumersi responsabilità per la vita ordinata del popolo. Questo principio ci permette di collegarsi con il cammino che la nostra Chiesa sta cercando di fare in questi anni con i vari consigli pastorali e degli affari economici, con le collaborazioni vicariali per la pastorale familiare, giovanile e della carità.
Come raccontiamo oggi la storia della fede della nostra chiesa? Attraverso l’impegno su queste tre direttrici, che ritroviamo anche nel libro dell’Esodo, ovviamente rapportate a quel tempo:
1. Essere popolo ordinato di Dio
2. collaborando per il buon cammino di questo popolo
3. condividendo la responsabilità
Non si tratta di cose nuove, ma rilette nuovamente alla luce della parola di Dio che ci aiuta a comprendere e a fare un passo ulteriore in una fede vissuta insieme come Chiesa diocesana inserita nella Chiesa universale.
In questo anno continueremo sulle direttrici fondamentali che abbiamo incominciato a perseguire negli scorsi anni: sinodalità, collaborazioni vicariali e formazione. Come cercheremo di declinare queste direttrici fondamentali lo vedremo meglio negli incontri di vicaria che sono in programma per la settimana prossima.
Preghiamo il Signore, perché ci sorregga in questo cammino nella fede di quest’anno e ci aiuti a vincere le resistenze che rischiano sempre di infiltrarsi.

+ Carlo Bresciani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *