Sinodo giovani: educare alla fede “rendendoli protagonisti”

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“A prima intuizione i contesti nei quali si dimostra possibile anche oggi l’educazione alla fede sono quelli in cui i giovani sono resi protagonisti, in cui non si ricorre allo strumento della comunicazione astratta e a modello scolastico, ma a quello dell’esperienza e del coinvolgimento”.
Lo dice Paola Bignardi, coordinatrice ricerche sui giovani – Istituto Giuseppe Toniolo di studi superiori, commentando i primi risultati dell’indagine sul profilo degli educatori alla fede condotta dall’Istituto e tuttora in corso, della quale verrà presentata una “prima lettura” al seminario “In un cuore intelligente risiede la sapienza. Giovani, università e discernimento”, in corso all’Università cattolica.
“Ci aspettavamo esperienze sostanzialmente positive – prosegue Bignardi – perché siamo andati a cercarle con questo criterio. Non volevamo raccogliere la solita geremiade sui giovani e sull’impossibilità di comunicare, ma abbiamo chiesto di incontrare persone ed esperienze che avessero dimostrato di avere un minimo di fiducia nel comunicare sulla fede con i giovani”. Per Bignardi, dunque, i contesti “vincenti” sono quelli in cui viene dato “spazio e valore alle relazioni tra le persone e nei quali ci sono persone disposte a ‘perdere’ tempo per stare con i giovani”. Il modello formativo “non è la catechesi di un’ora, ma il coinvolgimento in un’esperienza, la dimostrazione che tu sei importante per me. Non dico – ammette – che questo renda efficace l’educazione, ma crea un feeling tra le persone che può essere la premessa per una comunicazione significativa”.

Lo stesso vale per la famiglia: “È capace di dialogo quella in cui si conserva aperta la questione religiosa”. Oggi “il problema è anche questo: c’è una progressiva estraneità dei giovani dalla dimensione religiosa perché di Dio, di Gesù Cristo, del Vangelo, sono rimasti in pochi a parlargliene. Come se anche nei percorsi dell’educazione cristiana si fosse perso il senso della questione religiosa. Un tempo non c’era bisogno di insegnare la dimensione religiosa perché uno la respirava”. Oggi quel tempo non c’è più ma “la nostra educazione si sofferma molto più sulle conseguenze del vivere da cristiani, ad esempio gli aspetti etici, e non sulle premesse, ossia sull’annuncio. È su quelle – conclude – che bisogna tornare”.

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