Monache Clarisse: “Cos’è la nostra vita?”

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«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».
Cos’è la nostra vita? Un tirarci fuori dal mondo in cui viviamo? Un mettere da parte i nostri pensieri, i nostri desideri, ciò che ci piace per ricercare e vivere solo i pensieri, i desideri, ciò che è gradito a Dio?
Sembrerebbe questo il significato delle parole sopra citate e tratte dalla lettera di Paolo ai Romani.
Ancora leggiamo nel Vangelo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Rinnegare se stessi: annientare il nostro io, metterci da parte, benedire le nostre croci.
Cosa ci chiede davvero, oggi, il Signore? Di consegnare, arrendevoli e inermi, a Lui, i fili della nostra storia, perché possa condurla secondo il suo volere e le sue logiche?
E’ questo il significato del «perdere la propria vita» che Gesù ci propone nel Vangelo?
No di certo…non avrebbe alcun senso!
Seguire Cristo significa, ed è questo il filo conduttore della Parola di questa domenica, porre la nostra vita nella sua vita per amore, perché innamorati di Cristo, perché appassionati di Lui.
E ciò che, per amore, si consegna, si perde, in realtà non è perso, ma donato. E quanto donato per amore, è ritrovato nella relazione.
Ce lo testimonia il profeta Geremia nella prima lettura.
Dopo l’entusiasmo dell’adesione al Signore, la dolcezza e la bellezza sperimentate all’inizio della chiamata, quando la Parola del Signore fu per lui la gioia e la letizia del suo cuore, Geremia passa ad una esperienza di amarezza e sofferenza, causata proprio dallo svolgersi del suo ministero profetico. E’ stato un inganno di Dio? Un Dio che lo ha costretto ad annullarsi e rimettere la propria vita nelle sue mani? Un Dio che lo ha violentato e non chiamato?
«Mi dicevo: “Non penserò più a Lui, non parlerò più nel suo nome!” Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
Nessun inganno, nessuna delusione, ma la forza di una passione e di un amore che ci fanno dire, come il salmista, «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua».
Ricerca, anelito, desiderio, sete…il “gettarsi” nelle mani di Dio, diventa, allora, non un obbligo, non una imposizione, ma una necessità, una chance di vita, perché «il tuo amore vale più della vita», e solo questo amore sazia, sostiene, aiuta, ripara, custodisce.

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