Invasi dalla plastica

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Maurizio Calipari

Sono passati poco più di 150 anni da quando Alexander Parkes, inventore e chimico inglese, inventò la Parkesina (1861), il primo tipo di plastica artificiale. Da allora, questi materiali, nelle loro molteplici forme strutturali, hanno praticamente… invaso il mondo!
Cronologicamente, il vero boom della produzione di plastica si è verificato a partire dagli anni ‘50, crescendo ininterrottamente fino ai nostri giorni.
Ma quanta ne è stata prodotta veramente finora? L’interrogativo ha trovato accoglienza da parte di un gruppo di ricercatori dell’Università della Georgia, dell’Università della California a Santa Barbara e di altri istituti di ricerca statunitensi, che si è preso la briga di calcolare la reale quantità di tale produzione, dagli anni ‘50 ad oggi. Ne è risultato uno studio (recentemente pubblicato su “Science Advances”), con numeri davvero allarmanti: si tratterebbe di 8,3 miliardi di tonnellate di plastica!
E non è tutto. Perché di questa quantità totale, ben 6,3 miliardi (il 79%) sono sfuggiti a qualunque circuito di riciclo, finendo per diventare spazzatura, accumulata nelle discariche o dispersa nell’ambiente, con grave danno degli ecosistemi. Infatti, solo il 9% della plastica, al termine del suo utilizzo è stato riciclato, mentre il 12% è stato incenerito. Per non parlare poi dell’inquinamento da plastica degli oceani: secondo una stima dello stesso gruppo, nel solo 2010 sono stati riversati in mare ben 8 milioni di tonnellate di plastica!
“La maggior parte delle materie plastiche – spiega Jenna Jambeck, coautore dello studio – non si biodegrada in alcun modo, e così la plastica che gli esseri umani hanno prodotto resterà con noi per centinaia o anche migliaia di anni. Le nostre stime sottolineano la necessità di pensare criticamente ai materiali che utilizziamo e alle nostre pratiche di gestione”.
Ma ciò che, in prospettiva, preoccupa ancor più gli studiosi è il tasso d’incremento della produzione; basti pensare che metà di tutta la plastica realizzata dal 1950 ad oggi (4,15 miliardi di tonnellate) è stata prodotta negli ultimi 13 anni! Per avere un’idea concreta di questo incremento, bisogna considerare che, dai 2 milioni di tonnellate del 1950, si è passati agli oltre 400 milioni di tonnellate del 2015: un’accelerazione che – escludendo acciaio e cemento – non ha eguali tra gli altri materiali. Con la differenza che mentre acciaio e cemento sono prevalentemente utilizzati nell’industria edile, nel caso delle plastiche l’uso prevalente e più diffuso è quello del “packaging”; ciò significa che la maggior parte dei prodotti viene buttata dopo l’uso.
“Circa metà di tutto l’acciaio che produciamo – commenta Roland Geyer, primo autore dello studio – finisce nelle costruzioni, e quindi rimane in uso per molti decenni. Per la plastica non è così: diventa un rifiuto dopo non più di quattro anni di utilizzo”.
Dicevamo che negli ultimi 13 anni si è prodotta metà di tutta la plastica prodotta dal 1950 a oggi. Se un tale trend fosse confermato, ciò significherebbe che, entro il 2050, la quantità totale di plastica depositata nelle discariche e dispersa nell’ambiente raggiungerebbe i 12 miliardi di tonnellate! Dunque, è tempo di trovare soluzioni efficaci.
“Non è possibile gestire ciò che non si è misurato – aggiunge Geyer – : quello che abbiamo realizzato è il primo passo per una gestione sostenibile dei materiali. Ora le discussioni politiche avranno una base di informazioni e dati numerici”. Ma per fare cosa in concreto? Secondo gli stessi ricercatori, la via realisticamente percorribile non è certo la totale rimozione della plastica dal mercato, cosa attualmente impossibile. Piuttosto, bisognerebbe operare un esame più critico dell’uso delle plastiche, ragionando su come si possa gestire la fine del loro ciclo di utilizzo. “Ci sono ambiti – conclude Kara Lavender Law, coautrice dello studio – in cui le plastiche sono indispensabili, specialmente nei prodotti progettati per durare molto tempo. Ma siamo obbligati a riconsiderare attentamente il nostro uso delle plastiche e a domandarci quando esso abbia senso”.

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