Nord Corea. Antonio Fiori (Università di Bologna): “La situazione è tesa e Trump non l’ha capito”

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M. Chiara Biagioni

“Non si riesce a capire ma c’è timore per quello che può accadere. La situazione è abbastanza tesa”. È questo il clima che si respira a Seul, dopo l’ennesimo lancio, l’undicesimo nel 2017, di un missile da parte della Corea del Nord nel giorno in cui gli Stati Uniti celebravano l’Independence Day (4 luglio). A raccontare al Sir, da Seul, come la Corea del Sud sta vivendo le provocazioni di Pyongyang è Antonio Fiori, docente di relazioni internazionali dell’Asia dell’Est all’Università di Bologna. Il professore si trova nella capitale sudcoreana per una serie di corsi ed ha modo, quindi, di tastare sul terreno l’atmosfera che si respira in questo periodo. “A fronte del grosso e nutrito apprezzamento che c’è nei confronti del nuovo presidente Moon – dice il professore – e degli sforzi che sta portando avanti, c’è il timore che gli americani possano compiere autonomamente un colpo di mano che potrebbe essere preoccupante e pericoloso”.

Le provocazioni nucleari di Kim Jong-un non sono purtroppo una novità. Che cosa è cambiato quest’anno tanto da far aumentare la tensione nella zona?
È cambiata l’aggressività di Pyongyang con questi numerosi lanci di missili che ormai si susseguono con una frequenza estremamente allarmante. Ed è cambiata la tecnologia con il passo in avanti che molti, da anni, temevano. È stato confermato anche dagli americani che effettivamente l’ultimo lancio sia stato quello di un missile balistico intercontinentale e questo ha gettato tutti sul chi va là, perché se ciò darà la possibilità ai nordcoreani di montare una testata nucleare su un missile del genere, a questo punto tutto diventa molto più difficile da controllare.

Ma è plausibile?
Io userei cautela. Nel senso che è vero che il missile ha avuto una gittata di circa 930 chilometri. È vero che il lancio è stato celebrato dalla Corea del Nord come un successo assoluto, ma stiamo, comunque sia, parlando di una gittata di 930 chilometri a fronte di quasi 7mila chilometri che dovrebbe compierne se veramente i nordcoreani vogliono colpire gli Usa, cosa che continuo personalmente ad immaginare come inverosimile.

Perché inverosimile?

Perché se i nordcoreani minacciano gli Stati Uniti con un missile intercontinentale, da lì a poco, si condannerebbero alla scomparsa dalle carte geografiche.

Una decina di lanci solo nel 2017. Siamo chiaramente di fronte a un’intensificazione della minaccia nucleare. Che cosa sta innervosendo la Corea del Nord? 
Non credo che ci sia qualcosa che stia innervosendo il regime della Corea del Nord come non credo assolutamente a quella storia in base alla quale gli americani starebbero pensando di attentare alla persona del dittatore. Credo piuttosto in una dimostrazione di forza, in un contesto di confusione piuttosto pronunciata nell’area. I nordcoreani storicamente sono sempre stati molto bravi a incunearsi nelle righe della confusione. Credo che in questo momento in Asia, la cosa più pericolosa non sia tanto la Corea del Nord quanto il fatto che gli americani e il presidente Trump non abbiano capito che non devono tirare la corda con i cinesi, addossando su di loro la colpa.

Quanto pesa il carattere di Trump? Subito dopo l’ultimo lancio, il presidente ha inviato un tweet tirando in ballo il dittatore Kim: “Questo tizio non ha niente di meglio da fare nella sua vita?”. Che reazioni, secondo lei, avranno suscitato queste parole?
Su Kim, nessuna. Non credo che faccia attenzione alle dichiarazioni di Trump, o comunque probabilmente le avrà recepite con un sorriso sul volto perché se Trump reagisce, evidentemente il suo obiettivo è stato parzialmente raggiunto:

mettere paura a un avversario immensamente più potente e più grande di lui.

Trovo invece abbastanza scandaloso che Trump reagisca con un tweet del genere a un evento così destabilizzante come il lancio di un missile che può essere il segnale di una nuova tecnologia a cui i nordcoreani sono arrivati, in totale autonomia. Lo trovo molto poco serio, estremamente pericoloso, per niente ironico e sicuramente indice di una persona che non ha calcolato quali possano essere i rischi e non ha capito come gli assetti politici del continente si stanno muovendo.

C’è davvero il rischio di una guerra nucleare?
Chi può escluderlo? Sì, il rischio c’è. Ma come c’è da moltissimi anni. È palpabile. Gli americani normalmente non muovono tutto l’armamentario che in questo momento è stazionante nei pressi della penisola coreana, senza che ci sia una ragione o un obiettivo concreto. Non solo hanno moltissimi soldati sia di stanza a Seul, sia in arrivo. Non solo sono in possesso di svariate navi giunte nella regione, da quello che sappiamo sono arrivati anche i Navy Seals, uomini cioè preposti ad andare oltre le linee nemiche. Se ci fosse lo scoppio di un conflitto, gli americani sanno benissimo che per vincerlo, una delle prime cose che devono fare è rimuovere la dinastia Kim.

Lei ritiene che la voce di Papa Francesco potrebbe bussare al cuore di Kim?
No, questo credo che non sia possibile. Ma credo che Kim non è stupido e, quindi, potrebbe quanto meno prendere atto del fatto che il Santo Padre esprima un augurio di una qualche forma di riconciliazione tra i due Paesi. Da lì a dire che lo seguirà è un altro discorso, un discorso assolutamente utopico.

Perché ritiene che in Corea del Nord seguono e sono attenti a quello che Papa Francesco dice? 
Loro sono informatissimi sulle dinamiche internazionali. Ripeto: Kim non si smuoverà solo perché il Papa fa un pronunciamento ma sicuramente quel pronunciamento arriva e potrebbe essere in qualche modo positivo. Male non farebbe.

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