Violenza in strada e sui social: riappropriamoci della nostra umanità

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Di Massimiliano Padula

Vite spezzate. Per un litigio. Per l’impossibilità di contenersi, per sentirsi più forte dell’altro, fino a ucciderti. Succede per strada, avviene ovunque. Nelle nostre città, spazi multiformi dove spesso l’umanità sfuma per lasciare il posto alla rabbia, uno dei cancri sociali più devastanti. Si litiga. Per qualunque cosa. Per non essere considerato uno “sfigato”, per avere l’ultima parola sui social, per sentirsi “uomini veri”. Si picchia, si infierisce, si uccide. Elisa e Matteo, i centauri travolti in Piemonte da un furgone guidato da un uomo ubriaco, ne sono esempio estremo.

La violenza, nostro malgrado, sta diventando (forse lo è sempre stata) dimensione costitutiva della società e modello culturale a cui ispirarsi.

Il bene e il male non sono più così distinti. Viviamo in una sorta di era dell’ambiguità comportamentale, dove debolezze e incertezze possono trasformarsi, a seconda del momento, in prevaricazioni e ritorsioni. Ognuno di noi ogni giorno ne è protagonista. Ogni automobilista sa bene come i litigi potenziali siano dietro l’angolo, come la prepotenza sia una delle dinamiche predominanti quando si guida. Ma succede anche in famiglia, a scuola tra genitori e insegnanti, nei luoghi di lavoro o in qualunque altro spazio che ospita porzioni più o meno grandi della nostra vita quotidiana.

La soluzione, secondo alcuni, è non reagire. Giusto. A patto che non si diventi vittime di un auto-controllo fittizio che rischia di esplodere da un momento all’altro. Altri invocano il destino, sperando di non trovarsi mai nel posto sbagliato al momento sbagliato. Giusto anche questo. Ma non basta. Rinuncia e fatalismo sono soluzioni parziali che, come al solito, rischiano di deresponsabilizzarci di fronte alla turbolenza e alla complessità che caratterizzano il nostro tempo. Un tempo che invece richiede tanta responsabilità.

Riabituiamoci alle categorie che contraddistinguono la nostra umanità: relazione, dignità, affetto, bene comune, educazione, solo per citarne alcune.

Sono i capisaldi con cui siamo cresciuti. Sono il centro dei rimproveri dei nostri genitori, delle prediche dei sacerdoti e delle ramanzine dei nostri insegnanti. Ci sono familiari molto più di una violenza gratuita che non può appartenerci e che rischia di disumanizzarci a tal punto da mettere a repentaglio quel senso autentico di comunità su cui poggiano (in modo sempre più traballante) le nostre esistenze.

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