Lettere al Direttore Pompei: Omelia e durata della Messa, cosa fare?

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RIPATRANSONE – Ringrazio innanzi tutto quanti mi hanno scritto a settimanaleancora@gmail.com

Caro Lettore,
Scusami se dopo tanto tempo, mi accingo a rispondere. Ho avuto i miei guai che mi hanno distolto dall’impegno con il giornale.
Il nostro lettore mi fa notare di essersi trovato in difficoltà di fronte alla richiesta di alcuni forestieri che cercavano l’orario della Santa Messa domenicale presso una chiesa con il celebrante dall’omelia veloce.
Non aveva saputo rispondere e mi chiede un parere in merito a tale richiesta, aggiungendo un giudizio sul contenuto di certe omelie.
Nel cercare di formulare una risposta, mi son posto molti interrogativi: “Devo rispondere ad una lettera che sembra una provocazione? Passarla ad un sacerdote, essendo questi chiamati in causa?
Perché chiedere un parere proprio a me su un argomento così delicato?”.

Diversamente da altre, quando ho messo subito in opera la “mia presuntuosa cultura”, questa volta ho pregato molto, prima di mettermi alla tastiera cercando parole costruttive.
Credo molto nella “grazia attuale”, forse il Signore, attraverso il nostro assiduo lettore, ha voluto che io esaminassi il mio comportamento di fronte alla S.Messa domenicale.
Spesso, tra amici, si cronometra la durata della S.Messa e si fa una classifica dei sacerdoti.
E ci si passa la voce, segno di una superficialità da “mordi e fuggi”. Si spreca tanto tempo, la domenica, a bighellonare qua e là, per cui un quarto d’ora in più di preghiera, non fa certo male. Rimane, tuttavia, il problema che il nostro lettore indica nella “lunghezza” dell’omelia che annoia, in molte ripetizione. Sul tempo della “sfera attentiva” non mi trova d’accordo, perché tutto dipende dall’interesse che si sa suscitare. Se è vero, che, talvolta, le omelie sono povere e troppo ripetitive. è altrettanto vero che è difficile trovare un linguaggio che sia comprensibile per tutte le età e per le diversità di cultura, ed è per questo che oggi non fa meraviglia se il sacerdote legge la sua omelia, frutto di una ponderata meditazione.
Da parte di noi laici occorre una preparazione all’ascolto. Si suppone che in ogni casa ci sia una Bibbia. Sarebbe lodevole fornirsi di un calendarietto liturgico e così anticipare le letture, per permettere quello che io chiamo “l’aggancio” con quanto il sacerdote andrà ad esporre. Un mio amico prete, non della nostra diocesi, ha escogitato un sistema encomiabile per sentirsi in armonia con i suoi parrocchiani. Lascia sui banchi un foglio con le letture della domenica seguente e un “canovaccio” di interpretazione al quale poi si attiene nell’omelia e su quello così ognuno inserisce la concretezza dei propri problemi; al termine poi si rende disponibile per qualsiasi chiarimento. La Santa Messa procede all’unisono, allora veramente le anime si incontrano per poter dire:” Questo sacrificio mio e vostro”. Se non si suscita lo “stupore” per un avvenimento al quale si è partecipi, l’assemblea rimane divisa in una sopportazione che favorisce la distrazione. Ricordo padre Turoldo e il suo saper trovare le parole giuste per far vibrare gli animi e predisporli al mistero, nonostante la lunghezza delle sue omelie. Le sue celebrazioni erano affollatissime.
Rubo da un bel libro: ”L’eco del silenzio” di Elisa Springer, vittima dell’antisemitismo nazista, una significativa espressione che vorrei adattare a questa riflessione: “ La mano di Dio, a cui mi ero sempre rivolta con grande devozione, aveva sfiorato ciò che restava di me, decidendo che avrei dovuto sopravvivere, per raccontare a tutti ciò che è stato dato di soffrire all’umanità derelitta dei perseguitati”. Usciamo dall’abitudinario, nel tempo che rimaniamo in chiesa lasciamoci sfiorare dalla mano di Dio per essere capaci di raccontare a tutti, nella vita di ogni giorno, le meraviglie di “una morte, di una risurrezione e di una attesa”.

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