“Lievito di fraternità”: un sussidio per il rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente

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Di Riccardo Benotti

Dimensione comunitaria, diocesanità e carità pastorale, fraternità presbiterale, cura della vita interiore, sequela, responsabilità amministrative ed economiche, gioia evangelizzatrice, prima formazione. Sono i capisaldi da cui prende le mosse il sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente dal titolo “Lievito di fraternità”, curato dalla Segreteria generale della Cei. Il testo è frutto di un lavoro portato avanti a partire dal 2014 con l’intento di “aiutare i nostri presbiteri a inserirsi come evangelizzatori in questo tempo, attrezzati ad affrontarne le sfide e attenti a promuovere una pastorale di prossimità”. Il tema del rinnovamento del clero, si legge nell’introduzione del sussidio, è stato infatti riproposto con forza all’attenzione della Chiesa con l’esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II “Pastores dabo vobis”, con la lettera apostolica “Ministrorum institutio” di Benedetto XVI e richiamato più volte dal magistero di Papa Francesco.

In particolare, il tema è stato affrontato nella 67ª Assemblea generale della Cei (Assisi, 10-13 novembre 2014) e fatto oggetto di riflessione da parte delle Conferenze episcopali regionali, della Commissione presbiterale italiana e del Consiglio permanente; infine, è stato ripreso nella 69ª Assemblea generale (Roma, 16-19 maggio 2016) che ha affidato proprio al Consiglio permanente il compito di rendere disponibile il frutto del lavoro collegiale. La formazione permanente del clero non rientra nell’ambito delle attività di aggiornamento e qualificazione proprie dei campi professionali. Per questo, spiega la nota introduttiva del Consiglio permanente, “rimanda a un mistero di vocazione che trascende l’uomo e che nessuno, quindi, può mai dare come pienamente conseguito: la vita intera non basterà a farci davvero capire quello che siamo e a consentirci di raggiungere l’integrale intellegibilità del nostro dono”. Il sacerdote è invitato ad essere “costruttore di comunità”, perché

la nuova evangelizzazione richiede una “ampia conversione pastorale” che si esprime attraverso comunità che non attendono ma vanno incontro.

Quindi il prete deve essere “strumento della tenerezza di Dio”, che educhi con lo stile e le virtù del pastore, rimanendo fedele alla diocesi perché “non esiste un ministero sciolto da una Chiesa particolare”. Capace di incarnare la “profezia” di una fraternità vissuta e testimoniata, il clero è chiamato a vivere l’amicizia con il Signore stando attento a una concezione consumistica della vita che nulla avrebbe a che vedere con la sequela. In particolare, le incombenze connesse al ministero non possono prendere il sopravvento e trasformare il sacerdote in un burocrate o un funzionario: anche l’amministrazione e la gestione di enti e beni della Chiesa, infatti, devono essere affrontate come un esercizio di responsabilità pastorale, da vivere con “sobrietà ed essenzialità”.

Il presbitero sa che “non basta più attendere in ufficio parrocchiale, conservare l’esistente o illudersi che la formazione catechistica rivolta ai bambini assicuri un’educazione cristiana per la vita”. Per tali ragioni, sottolinea il sussidio, “non esita a

spostare il baricentro ecclesiale al di fuori dei luoghi consueti di ritrovo,

come anche a ripensare il calendario delle iniziative e la gestione del proprio tempo” assumendo un “nuovo stile di evangelizzazione” che porta a bussare alla vita delle persone, a intercettarne i bisogni profondi e le domande inespresse. Infine, un richiamo all’importanza della formazione iniziale la cui “incertezza” o “debolezza” contribuiscono alla fragilità della risposta vocazionale con “esiti interiori e umani negativi”. Consapevoli della “complessità della situazione attuale, veicolo di una cultura che inclina anche il sacerdote all’individualismo, all’autoreferenzialità narcisistica, all’attivismo fine a se stesso”, i vescovi riconoscono anche che “a livello interno ha il suo peso la contrazione numerica e, soprattutto, il venir meno di quell’omogeneità di cultura fra i candidati, sulla quale fino a un recente passato poteva innestarsi la proposta formativa”. Tuttavia, si ribadisce la convinzione che

“la formazione permanente debba compiere un salto di qualità, per passare da esperienze occasionali a progetti organici, strutturati per un cammino di rinnovamento complessivo della vita sacerdotale”:

“Ciò richiede una lettura sapienziale dei problemi e la capacità di individuare proposte calibrate negli obiettivi da perseguire, secondo programmi graduali che includono la pazienza della verifica comunitaria. Nel promuovere tali esercizi di comunione, siamo convinti che la loro configurazione si può apprendere favorendo una migliore condivisione delle buone prassi già presenti in tante nostre Chiese”.

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