“Padre nostro”: la grande rivoluzione del cristianesimo

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ZENIT / di Paul De Maeyer

La consapevolezza che c’è un Dio che è “Padre”, a cui possiamo rivolgerci “con fiducia e speranza” e in cui possiamo confidare, questa è la “grande rivoluzione” introdotta dal cristianesimo nella “psicologia religiosa dell’uomo”. Lo ha sottolineato papa Francesco nella sua catechesi durante l’Udienza generale di mercoledì 7 giugno 2017 in piazza San Pietro.

Continuando la sua serie di catechesi sulla speranza cristiana, il Pontefice ha sviluppato infatti oggi a partire dal brano del Vangelo di Luca (11,1-4), in cui i discepoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare ed Egli risponde con il “Padre nostro”, il tema della paternità di Dio come sorgente di speranza.

“I discepoli di Gesù sono colpiti dal fatto che Lui, specialmente la mattina e la sera, si ritira in solitudine e si ‘immerge’ in preghiera”, ha spiegato Francesco, il quale ha aggiunto che tutto il mistero della preghiera cristiana si può riassumere in questa parola, cioè “avere il coraggio di chiamare Dio con il nome di Padre”.

Infatti, la stessa liturgia usa al momento in cui ci invita a recitare la preghiera di Gesù, l’espressione “osiamo dire”, ha osservato il Papa, che ha sottolineato che “chiamare Dio col nome di ‘Padre’ non è per nulla un fatto scontato”.

Stiamo quindi davanti alla grande novità — la “grande rivoluzione” appunto — apportata dal cristianesimo: invocare Dio come “Padre” ci pone in una relazione di confidenza con Lui, “come un bambino che si rivolge al suo papà, sapendo di essere amato e curato da lui”. In questo modo, il mistero di Dio, “che sempre ci affascina e ci fa sentire piccoli”, “non fa più paura, non ci schiaccia, non ci angoscia”.

Si tratta però di una novità “difficile da accogliere nel nostro animo umano”, ha osservato il Papa. Infatti, dopo la risurrezione, di fronte al mistero della tomba vuota e dell’angelo, le donne “fuggirono via”, poiché “piene di spavento e di stupore”, ha ricordato il Pontefice, citando il Vangelo di Marco (16,8).

A questo punto della sua catechesi, Francesco si è soffermato sulla qualità o caratteristica fondamentale di questo “Dio Padre”: è misericordioso. “Gesù racconta di un padre che sa essere solo amore per i suoi figli”, ha detto il Papa, riferendosi alla Parabola del figliol prodigo (Luca 15,11-32). “Che mistero insondabile è un Dio che nutre questo tipo di amore nei confronti dei suoi figli!”, ha esclamato Francesco, osservando che forse proprio questo spiega, perché San Paolo nelle sue Lettere abbia preferito non tradurre la parola aramaica “abbà”, perché “più intimo rispetto a ‘padre’”.

Ma non finisce qui. Infatti, “il Vangelo di Gesù Cristo ci rivela che Dio che non può stare senza di noi: Lui non sarà mai un Dio ‘senza l’uomo’”, ha proseguito il Pontefice, che ha ricordato che questo Dio “che non può stare senza di noi” è proprio “un mistero grande”. “Questa certezza è la sorgente della nostra speranza, che troviamo custodita in tutte le invocazioni del Padre nostro”, ha spiegato il Papa, che al termine della catechesi ha pregato insieme con i pellegrini presenti in piazza San Pietro il “Padre nostro”.

Cliccare qui per leggere il testo completo della catechesi.

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