Omelia del Vescovo Bresciani per la Veglia di Pentecoste

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di Mons. Carlo Bresciani

Carissimi sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, membri delle associazioni, gruppi e movimenti ci sentiamo questa sera in una particolare comunione con la Chiesa universale che attende e riconosce di aver bisogno del dono dello Spirito che la vivifichi e le dia il coraggio di uscire dal Cenacolo, rafforzata e rinvigorita, per un rinnovato annuncio della resurrezione, superando ogni timore e forma di reticenza.

Permettetemi di sognare una nuova Pentecoste per la nostra Chiesa diocesana, un sogno che trova il suo fondamento non tanto nelle nostre energie o risorse umane, ma nel dono dello Spirito che, come ricorda san Paolo nella lettera ai Galati, è: “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (5, 22).

Come vorrei che questo dono dello Spirito brillasse nella nostra Chiesa! Per renderci degni di questo dono dobbiamo perseverare uniti nella preghiera, sentendo che tutta la Chiesa, nella confortante comunione dei santi, prega per noi e con noi.

Perseveranti nella preghiera

Perseverare nella preghiera è rendersi vigili, vegliando in ascolto, non tanto di quello che noi abbiamo da dire a Dio (quindi di noi stessi), quanto di quello che Lui ha da dire a noi. Prima di essere Chiesa che parla, dobbiamo essere Chiesa che ascolta ciò che Dio ha da dire a noi e alla nostra chiesa truentina. Egli, attraverso il suo Spirito, ci guida a spezzare le nostre rigidezze mentali e culturali e lo Spirito, lo sappiamo, ci parla innanzitutto attraverso la Scrittura che è Parola di Dio. L’uomo di fede è colui che medita a lungo la Scrittura, ogni giorno, consapevole che, chi non la conosce, non conosce Cristo stesso, come ci ricorda s. Girolamo.

Pregando, non si tratta tanto di moltiplicare le parole, quanto di affinare l’orecchio spirituale, liberandolo dai molti rumori di mondanità che subdolamente rischiano di rendere sorde alla Parola di Dio anche le orecchie del fedele, cioè le nostre. Sì, dobbiamo resistere a una mentalità mondana che vorrebbe arruolarci con fasulle promesse di felicità, di benessere materiale e di progresso, spingendoci ad abbandonare la logica della povertà del Vangelo.

Sappiamo bene che la Parola di Dio non è assordante; assordanti sono le voci mondane. La Parola di Dio, invece, è dolce come un vento leggero, e, anche quando arriva come vento impetuoso – come nel giorno di Pentecoste – ha bisogno di essere accolta nella pace dello spirito e nel silenzio orante. Bisogna tendere l’orecchio spirituale per coglierla e comprenderla.

Carissimi sacerdoti e fedeli, riscopriamo il gusto di sostare anche a lungo con il Signore: va bene il raccoglimento della nostra stanza, ma recuperiamo anche il raccoglimento in chiesa davanti alla presenza sacramentale di Cristo. Facciamolo da soli, ma senza mai tralasciare la preghiera in comune con la Chiesa. È proprio quando non facciamo questo, che altre voci, invece di quella di Dio, riempiono le nostre giornate e rischiano di orientare la nostra vita. Come i primi cristiani dobbiamo essere perseveranti nella preghiera in comunione con la Chiesa e nella comunione dei santi.

Facciamo in modo che le nostre chiese ritornino ad essere luoghi di silenzio, di raccoglimento e di preghiera, luoghi in cui ci si possa fermare raccolti, anche prima e dopo le celebrazioni, in ascolto di Dio; nuovi Cenacoli in cui si attende oranti, in comunione con Maria e tutti i santi, il dono dello Spirito.

Il frutto della preghiera che accoglie il dono dello Spirito: il superamento delle opere della carne

Tra le opere della carne, che si contrappongo al frutto dello Spirito, san Paolo mette: “inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie…” (5, 20-21). Sono opere che possono penetrare anche nella comunità credente, come ben sappiamo dagli Atti degli Apostoli e dalle lettere di Paolo e degli altri Apostoli. Sono tentazioni mai definitivamente debellate nella vita di ciascuno di noi, neanche di noi preti. Non necessariamente si manifestano in maniera evidente, molto più spesso si presentano in maniera sottile e subdola, rivestite di sottili, sofistici e ingannatori argomenti a propria giustificazione.

Colui che prega in ascolto della Parola di Dio esamina innanzitutto se stesso, lascia che la Parola penetri in profondità (i Padri della Chiesa la chiamavano ruminatio), con la fiamma dello Spirito essa purifichi da ogni opera della carne e drizzi tutto ciò che è sviato. Perseveriamo uniti in preghiera per avere il dono di resistere alle tentazioni delle opere della carne, implorando il dono della virtù della fortezza, senza della quale troppo facilmente la nostra debolezza è vinta.

“Contro la nostra pesantezza e la nostra pigrizia, il combattimento della preghiera è il combattimento dell’amore umile, confidente, perseverante” (CCC 2742). Il Catechismo parla qui del ‘combattimento della preghiera’. Non ci sorprenda questa parola: la perseveranza ci porta innanzitutto a un combattimento con noi stessi, con la nostra incostanza, con la nostra volubilità, con la nostra emotività, con la nostra mancanza di umiltà, con l’orgoglio, le invidie, le gelosie e i contrasti, che tanto male fanno a noi e alla Chiesa tutta, deturpandone il suo volto divino. La prima croce che dobbiamo imparare a portare, insieme con Gesù, è quella di noi stessi, della nostra povera umanità della quale prendiamo sempre più coscienza, tanto più ci mettiamo in ascolto di Dio.

Dalla perseveranza nella preghiera all’impegno pastorale, guidati dallo Spirito

Ricevuto lo Spirito, gli Apostoli escono in piazza e annunciano coraggiosamente il Vangelo della resurrezione, facendosi comprendere da tutti. Sogno una nuova Pentecoste della Chiesa che ci porti a riscoprire l’importanza di una pastorale che abiti la vita quotidiana delle persone, che accoglie tutti senza senza alcuna discriminazione, senza logiche elitarie di movimenti e di associazioni, che valorizzi i doni di ognuno, ma che sappia anche portarli ad unità sincera inserendoli vitalmente nella comunione della pastorale parrocchiale e diocesana superando ogni logica identitaria; una pastorale che sappia formulare itinerari di fede differenziati per le diverse età e per i diversi momenti di vita; pastorale in cui tutti, presbiteri e laici, uomini e donne, giovani e anziani, uniti nella comune responsabilità della fede donata dallo Spirito battesimale, annuncino con la vita e con le opere la gioia del Vangelo.

Per tutto questo invoco fiducioso, questa sera, la copiosità dei doni dello Spirito sulla nostra Chiesa truentina.

Maria, che nel Cenacolo vegliava in preghiera con gli Apostoli, interceda per noi presso suo Figlio, continuando ad allargare il suo manto protettore sulla nostra amata Chiesa.

 

 

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