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Lo psichiatra Vittorino Andreoli: otto parole del nuovo vocabolario della Chiesa per i giovani

di Daniele Rocchi

“Lavoro, oratori, protagonisti, speranza, futuro, Gesù, vicinanza e ascolto”: sono queste le parole che compongono il vocabolario della Chiesa per i giovani. Lo psichiatra Vittorino Andreoli le elenca in ordine sparso ma con la stessa passione e trasporto con cui – dice al Sir – ha letto quanto i vescovi hanno scritto e detto durante la loro ultima assemblea generale (22-25 maggio) dedicata proprio ai giovani. “Un vocabolario per un nuovo rapporto tra i giovani e la Chiesa che tiene conto, con una certa dose di realismo, di quelli lontani che sono tanti, che non frequentano la Chiesa”. “Le parole più belle che hanno usato i vescovi” dichiara lo psichiatra, riferendosi alla relazione di apertura del cardinale Angelo Bagnasco e al comunicato finale dell’Assemblea, “sono state: la Chiesa vi è vicina e vi vuole bene e facciamo spazio ai giovani e ai ragazzi perché possano sentirsi accolti, amati, ascoltati”. Dichiarazioni che rivelano “un atteggiamento straordinario ispirato da papa Francesco. Ascoltarli e capirli affinché la Chiesa sia il luogo dove possano venire a stare. E l’idea grandiosa d’indire un Sinodo per i giovani nel 2018 non solo rivela la volontà di ascoltare e capire i giovani ma anche quella di riunirsi tutti per prestare loro la giusta e concreta attenzione”.

Professor Andreoli, prestare attenzione ai giovani per i vescovi vuol dire anche sollecitare la politica e la società civile perché garantiscano loro accesso al lavoro…
Nella sua prima conferenza stampa da presidente dei vescovi italiani, il card. Gualtiero Bassetti ha detto che “la mancanza di lavoro toglie la dignità ai nostri ragazzi”. Affermazione confermata dal valore medio della disoccupazione giovanile che in Italia si attesta intorno al 44-45%. I giovani hanno una dignità anche senza un’occupazione

intesa come un lavoro e un salario. Il punto è difendere la dignità dei giovani purché siano “occupati” ad essere protagonisti nella realtà. Dobbiamo dare significato all’uomo e fare in modo che il suo apporto sia importante anche se non rientra nelle relazioni del lavoro, della dipendenza da una azienda o dallo Stato. Giustamente il cardinale ricordava che quando un giovane cerca lavoro per anni senza trovarlo finisce per scoraggiarsi. Bisogna orientarlo verso ruoli sociali, prevedere che si realizzi anche se non riceve uno stipendio.

La Chiesa deve essere un’istituzione che guarda oltre le regole di questa terra e da un senso ai giovani.

Qui entra in gioco un’altra parola di questo piccolo vocabolario: protagonisti. Come aiutare i giovani a essere protagonisti?
Credo che il senso di questo protagonismo non vada riversato tutto sul lavoro. Se c’è lavoro questo bisogna darlo ai giovani. Ma il valore dei giovani è più alto di un eventuale salario.

Questo nuovo protagonismo deve essere legato alla forza e alla loro capacità di aiutare chi è debole e bisognoso, esprimendo creatività, forza, generosità. Il protagonismo è nella capacità di inventare, di aiutare e – aggiungo – nel pensare anche di andare in una nuova missione nel mondo. Quante missioni si possono fare in un mondo così ingiusto.

Il protagonismo dei giovani risiede nell’essere onesti, giusti e puri. Protagonismo è realizzare la persona umana, avere la capacità di fare la pace. E questo, in qualche modo, già avviene…

Dove?
Negli oratori. Altra parola di questo vocabolario per i giovani. Gli oratori possono diventare, al di là della loro connotazione religiosa, un luogo in cui essi possono esprimere la loro forza a vantaggio delle persone della loro parrocchia e non. Un luogo dove organizzare le risposte ai bisogni della comunità. L’oratorio può essere il luogo dove i giovani possono acquisire il loro diritto al protagonismo che non è il diritto al salario.

Ci sono due parole di questo lessico da lei citato, che sono “speranza” e “futuro”, difficili da applicare al mondo giovanile vista la situazione attuale…
La speranza e il futuro sono legate a quel protagonismo che è rispondere alle esigenze della gente. I grandi problemi della nostra società sono la solitudine, l’abbandono, le enormi disparità sociali. Un ruolo decisivo lo riveste la scuola perché deve insegnare a vivere. I giovani diventano così interpreti del futuro sul piano della serietà, degli studi, della conoscenza.

Adulti e giovani hanno bisogno gli uni degli altri. Come favorire questo ponte tra generazioni?
I giovani non sono dei singoli abbandonati nel mondo ma fanno parte di una storia, familiare e di comunità. E qui mi piace ricordare l’invito di Papa Francesco ai giovani di stare con gli anziani.

Quanto sarebbe bella la presenza di un giovane che dona un senso a un vecchio, che può raccontarsi, essere capito, creare un’unità di storie. Quel giovane che avvicina un vecchio non fa altro che scoprire un pezzo di questa storia.

Il Papa ha capito che il rapporto padri-figli è difficile ma non lo è quello tra nonni e nipoti, entrambi con la capacità di sognare come ricordato dal cardinale Bassetti, al momento della sua nomina a presidente della Cei. Il padre giudica, il nonno capisce, è bella questa immagine. L’esempio di tutto questo è Gesù. Gesù ha aiutato il padre a fare il falegname ma la sua grandezza è stata quella di morire sulla Croce.