Monache Clarisse: “L’Ascensione del Signore diventa una festa che chiama in causa la nostra maturità di fede”

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di domenica 28 maggio.

Celebriamo, oggi, la solennità dell’Ascensione del Signore. Ma…come si può far festa per un amico che se ne va? I discepoli si ritrovano a fissare il cielo mentre Gesù «fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi».

E’ proprio così? Il Signore lascia definitivamente i suoi?

L’autore degli Atti degli Apostoli, da cui è tratta la prima lettura, scrive quasi un resoconto di quanto Gesù ha operato e testimoniato negli anni della sua vita terrena. Leggiamo che Gesù «fece e insegnò», diede «disposizioni agli apostoli che si era scelti…», «si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio», «ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme», istruì – «…non spetta a voi conoscere tempi o momenti…», diede fiducia – «…di me sarete testimoni…».

Fare, insegnare, mostrare, ordinare, parlare, spiegare, promettere, dare fiducia: tutti verbi, tutti atteggiamenti che “costruiscono” il modo di fare, di agire di chi educa.

C’è un percorso attraverso il quale Gesù accompagna i discepoli a vivere la sua Ascensione, cioè a vivere un passaggio cruciale nella loro vita: è finito il tempo degli incontri e dei nomi, il tempo del pane e del pesce condivisi, il tempo delle strade percorse insieme e inizia il tempo della presenza del Signore in modo nuovo, del vivere la relazione con il Signore in modo più profondo, il tempo de «Io sono con voi tutti i giorni … fino alla fine del mondo». Io sono con voi, alla radice della vostra vita, nell’intimo del vostro essere e esistere.

Gesù apparentemente va lontano, scompare alla vista dei discepoli ma, in realtà, scende nel nostro profondo: non un abbandono ma il dono di quello Spirito di sapienza, di rivelazione, di consolazione per una più profonda conoscenza di Lui, di quel Dio che illumina gli occhi del cuore per far comprendere la speranza a cui siamo chiamati.

L’Ascensione del Signore diventa allora una festa che chiama in causa la nostra maturità di fede.

Da una relazione bisognosa continuamente di un volto, di un corpo da toccare, di una voce da udire, la liturgia di oggi chiede alla nostra vita di cristiani il passaggio, lo scatto ad una relazione adulta nella fede con un Dio che ti riempie totalmente il cuore, la vita, la mente, un Dio che è nutrimento e che fisicamente tocchiamo nella nostra vita attraverso i fratelli a cui siamo chiamati a dare testimonianza, fino ai confini della terra.

.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *