Fraternità: un sogno che può diventare diventa realtà

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Lettera circolare della Caritas mese di maggio 2017

Le mani che aiutano sono più sante delle labbra che pregano. (Robert Green Ingersoll)

Blue whale. Vero o falso? Certo è che mentre in occidente si parla di ragazzi che giocano con la morte, dal sud del mondo arrivano giovani con il sogno di una vita migliore. In città ci si agita tanto per il possibile arrivo di 146 immigrati. Ci raccontava un amico che quando era bambino desiderava diventare insegnante e prete! Progetti impossibili. Viveva in campagna. C’erano debiti. Eppure riesce a studiare su libri comprati da qualcuno, di cui non ha mai conosciuto il nome. La povertà non gli ha impedito di realizzare i suoi sogni perché qualcuno si è preso cura di lui. Non si deve avere paura quando arriva gente che ‘sogna’, forse proprio loro potrebbero ‘contaminare’ i nostri giovani e insieme dar vita ad una società nuova. Non si può lottare per i diritti degli animali, magari perché non ci siano cani randagi e poi calpestare i diritti delle persone o lasciarle dormire in strada! Sarà importante il canile ma ancor di più un tetto per delle persone!

Anche oggi il naufragio di un barcone con 500 immigrati e almeno in 34  sono morti, compresa una decina di bambini. Come Caritas non possiamo non fermarci a riflettere un po’. La Caritas è un organismo pastorale. Questo vuol dire che la Chiesa, pur pensando alla politica come “la più alta forma della carità” (Paolo VI), sa che questo non è il suo ambito specifico. Si occupa però di tutto ciò che riguarda l’uomo perché, come ha scritto Giovanni Paolo II nella Redentor Hominis, “l’uomo è la via della Chiesa”. Si legge nella lettera di S. Giacomo al capitolo secondo : “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa” ( 2,14-17). Non a caso papa Francesco ha istituito recentemente il “Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale”. La Chiesa, di fronte all’elenco senza fine di bisogni, fragilità e povertà,  non può non occuparsene in spirito di collaborazione, percorrendo la strada delle ‘opere segno’ in modo che queste diventino un richiamo visibile per la gente e le istituzioni. Per questo motivo  sono stati presentati due progetti, uno a S. Benedetto con l’8per mille e l’altro a Monteprandone con una fondazione, per l’accoglienza di padri separati e giovani senza dimora e lavoro.

In quanto organismo pastorale la Caritas ha una prevalente funzione pedagogica, cioè il suo compito primario è promuovere “la testimonianza della carità della comunità ecclesiale, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi”.  Questo comporta innanzitutto un impegno di animazione perché la comunità cristiana sia accogliente, attenta, solidale. Purtroppo non è un dato scontato! E’ diffusa, grazie ad una informazione il più delle volte non scorretta,  una mentalità chiusa, rigida, individualista. Oggi la chiesa è chiamata a spezzare ciò che sembra normale, logico, scontato, ed insegnare a coniugare verbi come accogliere, prendersi cura, proteggere, promuovere, integrare. In fondo sono i verbi del Vangelo. L’insegnamento di Cristo  si può ricondurre a due cose semplicissime: Dio non è un’entità astratta, né un insieme di norme da osservare, ma un Padre che ‘ama fare famiglia’, senza escludere nessuno; da ogni morte, non solo quella fisica, si può risorgere. Certamente non possiamo noi risolvere la questione dell’immigrazione, ne affermare che non ci sono problemi, ma di fronte all’uomo, alla donna e al bambino che sta male, che ha bisogno, non possiamo girare lo sguardo da un’altra parte. La fede si gioca sul prendersi cura dell’altro che incrocia il proprio cammino, chiunque esso sia. La preoccupazione della comunità cristiana dovrebbe essere quella di assicurare ad ogni persona almeno tre cose necessarie per vivere: un pezzo di pane, un po’ di affetto e di sentirsi a casa. Per far questo occorre imparare a vivere come i poeti o come i profeti o come gli innamorati, cioè come gente capace di costruire ponti e non muri. I muri creano separazioni non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non solo nella geografia,  ma anche nella storia. Ma soprattutto il muro, non solo estromette il forestiero e il meno fortunato, il muro “chiude dentro” il privilegiato e lo condanna all’asfissia.

Per quanto riguarda gli immigrati, la Caritas diocesana non è direttamente coinvolta in progetti specifici di accoglienza, cerca però nel piccolo di ‘raccogliere’ storie, di incontrare volti, di condividere servizi. Grazie alla collaborazione con Casa Lella, un’eccellenza nel territorio per quanto riguarda l’accoglienza e dei minori e non,  stiamo vivendo un’esperienza davvero bella. Alcuni richiedenti asilo, vistosi accolti nel nostro paese ed accompagnati da educatori in gamba, hanno chiesto di poter ricambiare l’aiuto ricevuto, svolgendo del volontariato gratuito. Grazie anche a questi amici abbiamo potuto portare avanti i servizi alla Caritas diocesana, come quello della mensa. Ma la loro presenza ci ha aiutato soprattutto a capire che oltre alla cultura della diversità, della differenza, è importante frequentare l’area della similitudine: siamo diversi, ma c’è una similitudine di fondo, perché quelle differenze sono costruite non su una differenza radicale, ma su una similitudine ed una appartenenza  reciproca. Quando si incontra concretamente, e non in astratto, una ragazza, un uomo, un bimbo di un paese diverso, di una lingua diversa, di un colore diverso ci si accorge che vive gli stessi sentimenti: piange di dolore, ride di gioia, come ciascuno di noi. Davvero interessante ed attuale l’espressione di don Tonino Bello, quando parlava della “convivialità delle differenze”, quando sognava anche lui un mondo imbandito per tutti, senza esclusioni, dove le diversità non vengono sentite come minacciose, ma come possibilità di comporre una comunità solidale. Ci accompagni una frase tratta dall’apocrifo Vangelo di Tommaso dove Gesù ripete: “Ama il tuo fratello come l’anima tua. Proteggilo come la pupilla dei tuoi occhi”.

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