Diocesi, convegno GRIS sulla “Pietà popolare”

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Redazione

Di seguito le parole del Presidente del GRIS diocesano, il diacono Antonio Barra.

Quale sarà il tema tema del vostro prossimo convegno?

Quest’anno tratteremo della religiosità popolare. E su questo tema ci sembra doverosa una precisazione che troviamo su il Direttorio “Su pietà popolare e liturgia” che distingue la  Pietà popolare dalla Religiosità popolare, ma nonostante questa distinzione nel magistero della Chiesa i termini “pietà popolare” e “religiosità popolare” sono usati in modo indistinto, quasi come sinonimi per indicare quelle numerose devozioni con cui alcuni cristiani esprimono il loro sentimento religioso nel linguaggio semplice, tra l’altro, della festa e del pellegrinaggio, della danza e del canto. La pietà popolare è quindi la forma con cui il popolo di Dio esprime la sua fede. (L’evangelizzazione nel mondo contemporaneo Paolo VI),

Come è stata considerata la pietà popolare nella chiesa?

Ancora in tempi non lontani, alla religiosità popolare si guardava, come a una forma di religiosità imperfetta e impura, espressione di ignoranza. Oggi, essa è oggetto di rivalutazione persino nell’ambito di molte discipline scientifiche, che vi vedono una realtà straordinariamente ricca di valori culturali oltreché autenticamente religiosi, di una fede vissuta in profondità. La Chiesa non l’ha mai trascurata né sottovalutarla, ha sempre accompagnato la religiosità popolare con attenta cura pastorale. Ma il processo di secolarizzazione tipico della nostra epoca e i radicali cambiamenti culturali del mondo contemporaneo hanno sollecitato una più approfondita riflessione di ordine teologico, pastorale e culturale su questa realtà.

Papa Francesco nella Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” nel parlare di evangelizzazione afferma che  “nella pietà popolare è insita una forza attivamente evangelizzatrice

 La pietà popolare ha dei limiti?

Desidero rispondere come ha affermato Paolo VI «La religiosità popolare, si può dire, ha certamente i suoi limiti. È frequentemente aperta alla penetrazione di molte deformazioni della religione, anzi di superstizioni. Resta spesso a livello di manifestazioni cultuali senza impegnare una autentica adesione di fede. Può anche portare alla formazione di sette e mettere in pericolo la vera comunità ecclesiale». Sono affermazioni molto forti di cui ogni pastore deve tener conto nell’esercizio del suo ministero nelle comunità cristiane, cercando al tempo stesso di far emergere la ricchezza spirituale di cui la religiosità popolare è portatrice. Una purificazione alla quale procedere sempre con grande rispetto e carità pastorale.

 I fedeli come si devono orientare?

L’evangelizzazione della religiosità popolare è strettamente collegata con il problema dell’evangelizzazione della cultura. Si tratta qui di una forma particolare di inculturazione del Vangelo nell’ambito della cosiddetta cultura popolare. Anche se il Vangelo e la cultura non si identificano, tra fede del popolo e cultura popolare vi è una stretta correlazione.

La religiosità popolare non solo attinge abbondantemente dagli elementi della cultura popolare, ma, secondo un’espressione cara a Giovanni Paolo II, “la fede si fa cultura di un popolo”. Il dramma dei nostri tempi però è proprio il crescente divario tra Vangelo e cultura, e ciò anche nei paesi di antica tradizione cristiana. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l’incontro con la Buona Novella».

 Di che cosa necessità la pietà popolare?

Paolo VI nella “Evangelii nuntiandi” scriveva che “la carità pastorale deve suggerire a tutti quelli, che il Signore ha posto come capi di comunità ecclesiali, le norme di comportamento nei confronti di questa realtà, così ricca e insieme così vulnerabile”. Il Papa si limita perciò ad alcune indicazioni di principio. Innanzi tutto, sottolineando la necessità di una nuova mentalità che i pastori della Chiesa devono acquisire, onde evitare di cadere nel tranello dei preconcetti negativi o delle esaltazioni acritiche. “Prima di tutto – egli afferma – occorre esservi sensibili, saper cogliere le sue dimensioni interiori e i suoi valori innegabili, essere disposti ad aiutarla a superare i suoi rischi di deviazione”.

La purificazione della religiosità popolare da forme erronee di devozione deve avvenire nel pieno rispetto di questa realtà, senza distruggere quello che può essere definito un vero patrimonio spirituale dei nostri popoli, evitando la strategia del “tutto o niente”.

 Perché si è fortemente propensi a valorizzare la pietà popolare oggi?

I fatti dimostrano che le negligenze in questo campo hanno recato nella storia della Chiesa tanti danni, soprattutto sotto forma di una profonda scristianizzazione delle masse popolari dell’Europa occidentale. Oggi, in molti Paesi questo processo ha fatto purtroppo progressi vertiginosi, che interpellano la Chiesa a ricercare forme adeguate – vive e dinamiche – di pastorale popolare.

A questo proposito, Giovanni Paolo II all’episcopato latino-americano diceva: «La radicata religiosità popolare dei vostri fedeli, con i suoi straordinari valori di fede e di pietà, di sacrificio e di solidarietà, convenientemente evangelizzata e gioiosamente celebrata, orientata ai misteri di Cristo e della Vergine Maria, può essere, per le sue radici eminentemente cattoliche, un antidoto contro le sette e una garanzia di fedeltà al messaggio della salvezza».

La religiosità popolare costituisce quindi per la Chiesa un prezioso patrimonio: un dono, ma anche un compito. Perché, solo se adeguatamente evangelizzata, diventa essa stessa un’importante via di evangelizzazione del popolo.

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *