Monache Clarisse: “il pastore, Cristo, cammina sempre davanti, ad aprire la strada, ad anticipare i pericoli, a scrutare l’orizzonte”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di domenica 7 maggio.

«Che cosa dobbiamo fare, fratelli?»: è la domanda che la folla, in ascolto della testimonianza di Pietro, rivolge a lui e agli apostoli: cosa dobbiamo fare? Come comportarci? Come aderire a Gesù, Signore e Cristo?

«Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo».

Conversione, battesimo, remissione dei peccati, effusione dello Spirito Santo: non è un percorso, un itinerario inventato, progettato, studiato dagli apostoli, quasi una serie di test di accesso alla comunità cristiana nascente! Non è roba di testa o risultato di programmi quello che Pietro annuncia con vigore!

«A questo infatti siete stati chiamati, perché […] Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme […], perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia»: è sintonia di cuore, partecipazione di corpi, cancellazione di ogni distanza, appartenenza reciproca, relazione di vita con il Dio della vita al di là di ogni ricatto o dipendenza, al di là di ogni culto sterile e vuoto.

«…egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. […] cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce».

C’è un ascolto fiducioso delle pecore nei confronti del pastore, quell’ascolto che, solo, genera conversione, quell’ascolto che ci fa dire, come il salmista, «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me». Una conversione che ci fa uscire, sicuri, dall’ovile: il pastore, Cristo, cammina sempre davanti, ad aprire la strada, ad anticipare i pericoli, a scrutare l’orizzonte. E noi, dietro, a “belare” affetto, ad “annusare” bellezza ovunque!

Loro, le pecore, con nessun altro confonderebbero la sua voce e lui, il pastore, ad occhi chiusi riconoscerebbe ciascuna di loro, interpretando gioie e sofferenze, indovinando attese e paure: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia».

E’ la vita di ogni giorno che li rende complici di una fedeltà che non conosce deroghe.

E questi semplici gesti di amore acquistano solennità divenendo segno di consacrazione totale, battesimo di vita, beatitudine immensa: «per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani…», e ancora, «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

E’ questa il vero volto della fede: quell’empatia viscerale tra Dio, il pastore, e ciascuno di noi, pecora del suo gregge, una empatia che ci fa complici della stessa vita, abitanti della stessa casa, commensali all’unica mensa!

 

 

 

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