Biotestamento: medici e ospedali cattolici chiedono di continuare a svolgere la propria mission “in scienza e coscienza”

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di Giovanna Pasqualin Traversa

Il testo del disegno di legge sul testamento biologico (Disposizioni anticipate di trattamento – Dat) approvato dall’Assemblea di Montecitorio lo scorso 20 aprile, è già in discussione presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato. Otto gli articoli che lo compongono; molti i punti controversi. Nella versione attuale il disposto prevede il diritto del paziente di abbandonare o rifiutare le terapie, comprendendo tra queste anche nutrizione e idratazione artificiali; non contempla il diritto di obiezione di coscienza per il medico; non prevede la possibilità di esonero degli ospedali religiosi accreditati presso il Ssn dall’obbligo di applicare norme non conformi con i principi ispiratori sui quali fondano la propria attività.

“Una bruttissima legge che non tiene presenti le fragilità che accompagnano la nostra vita e perde di vista la delicatezza, la preziosità e la dignità di ogni esistenza”, dichiara Filippo Maria Boscia, presidente dell’Amci (Associazione medici cattolici italiani), secondo il quale “la malattia è un itinerario che si snoda in passaggi fondamentali non riducibili a un disposto normativo”. Ad ispirare il testo è “un principio di autodeterminazione assolutizzato che trasforma le originarie dichiarazioni in disposizioni vincolanti e stravolge la relazione di cura in nome di una presunta ‘qualità della vita’ che vorrebbe legittimare tutto ciò che è tecnicamente fattibile ma non per questo moralmente ammissibile”. Una legge “di cui non c’era bisogno: nessun medico si è mai posto in contrasto con il paziente, né viceversa”. Per Boscia, “quello che viene criticato come ‘paternalismo medico’ spesso è in realtà una mano amica che si fa carico di una persona sofferente e fragile. Se il medico viene privato della sua autonomia viene scardinata la relazione di cura e il suo ruolo si riduce a quello di esecutore di procedure burocratizzate”.

Occorre piuttosto “rilanciare la pratica delle cure palliative, tra cui anche la sedazione profonda, per sopprimere il dolore, coinvolgendo il più possibile il paziente e la sua famiglia”.

Inaccettabile “equiparare nutrizione e idratazione clinicamente assistite a terapie: si tratta di doveroso sostegno vitale”. Quanto al mancato riconoscimento dell’obiezione di coscienza, il presidente Amci osserva che “il testo si colloca nella linea degli attacchi sistematici a questo diritto, al tentativo di cancellarlo anche dalle leggi sull’interruzione volontaria di gravidanza e sulla procreazione medicalmente assistita, ma se non c’è consapevolezza delle clausole di coscienza, i valori radicati nella legge morale scompaiono. L’obiezione di coscienza riguarda il non uccidere; è un diritto globale e inalienabile. Noi medici dovremmo chiederci: siamo ancora liberi di esercitare in scienza e coscienza? Questo provvedimento svilisce la professione, non tiene in alcun conto gli aspetti eticamente sensibili, ma solo quelli tecnico-scientifici”.

Di qui l’auspicio che “si levi un grido d’allarme e un’invocazione di aiuto proprio dai medici per una legge che consenta loro di esercitare la professione senza snaturarla condannandola a puro tecnicismo”.

Lo scorso 26 aprile padre Virginio Bebber, presidente dell’Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari), insieme a una delegazione dell’associazione ha incontrato a Montecitorio Donata Lenzi, relatrice della proposta di legge, per ribadire le criticità del testo a partire dall’equiparazione “a pieno titolo” di idratazione e nutrizione a trattamenti sanitari”. Problematici inoltre il mancato rispetto di “spazi di autonomia da riconoscere alla professionalità del medico che non può essere considerato mero esecutore tecnico della volontà del paziente”, e la vincolatività del testo anche per le istituzioni sanitarie di ispirazione religiosa.

“Le nostre strutture sono portatrici di carismi legati ai loro fondatori. Abbiamo una storia di rispetto, di sostegno e di cura della vita, in alcuni casi lunga 400 anni, che non possiamo buttare”, precisa p. Bebber, alla vigilia del Consiglio nazionale, domani 4 maggio a Roma. Di qui l’intenzione di proseguire il dialogo con la politica: “Abbiamo chiesto all’on. Lenzi di venire a vedere che cosa facciamo nei nostri hospice”, e l’impegno a “rivendicare ogni utile spazio di attestazione della nostra specificità” nel quadro complessivo del Sistema sanitario nazionale e “nei successivi provvedimenti attuativi che verranno sviluppati a livello regionale”.

Quanto alla richiesta di archiviazione per Cappato, p. Bebber afferma: “Non possiamo accettare una richiesta frutto di una società edonistica, di quel degrado che vorrebbe far prevalere la cultura della morte sulla cultura della vita che continueremo a promuovere e sostenere in ogni situazione”. Il Gip potrà accogliere o respingere tale richiesta che tuttavia, precisa Bebber, “costituisce una forzatura. Lo Stato non può rinunciare alle proprie competenze. Se esistono delle leggi occorre osservarle”.

Secondo il presidente Aris, la richiesta della Procura milanese tenta di creare un clima favorevole ad aperture eutanasiche “nell’errato presupposto che la vita quando non sia più ‘piena’ ed ‘efficiente’ non sia più meritevole di essere vissuta”.“La vita – ribadisce – è sempre dono, la dignità non viene mai meno. Se il malato in fin di vita si sente un peso, è chiaro che desidera morire, ma se si sente accompagnato e sostenuto con amore le cose cambiano”. Di qui, conclude, il “nostro compito di istituzioni sanitarie cattoliche – e lo facciamo da sempre – di accompagnare con amore questi fratelli sofferenti verso la morte, perché la affrontino nella maniera più umana possibile”.

 

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