Papa ad Al-Azhar: “Insieme per dire che violenza e religione sono inconciliabili”

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Zenit di Giuseppe Cesarao

Papa Francesco, in occasione del viaggio apostolico in Egitto, ha tenuto un discorso ai partecipanti alla Conferenza Internazionale per la Pace convocata dal Grande Imam della Moschea di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayeb, e alla quale sono stati invitati anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ed altri leader religiosi musulmani e cristiani.

L’incontro, soprattutto tra il Papa e il mondo arabo-sunnita, si è tenuto in una delle sedi dell’Università cairota di Al-Azhar (che significa La Splendente) già visitata nell’anno del grande Giubleo del 2000 da Giovanni Paolo II, promotore del dialogo con gli islamici sunniti.

Papa Francesco introduce il suo discorso augurando la pace in arabo, “Al Salamò Alaikum!”. Dopo i saluti di rito ha offerto, quindi, i suoi pensieri partendo dalla “gloriosa storia” della terra che lo sta ospitando e che è sempre stata considerata “terra di civiltà e terra di alleanze”.

L’Egitto è terra di civiltà per il grande patrimonio culturale, scientifico e artistico, che gli “antichi abitanti di questa terra” hanno lasciato, con le loro scelte, in eredità, non solo a questa generazione, ma anche a quelle future, chiamate a scelte “di pace per la pace”. Per Francesco la chiave è “un’educazione adeguata” da offrire ai giovani, ma che soprattutto deve rispondere “alla natura dell’uomo”.

L’educazione, sottolinea il Santo Padre, diventa “sapienza di vita”, che pone al centro “la dignità dell’uomo”, quando è capace di far emergere quello che di buono l’uomo può dare nel contatto con Dio e con il mondo che lo circonda. Solo così si possono evitare irrigidimenti e chiusure, alimentando la valorizzazione del passato e “metterlo in dialogo con il presente, senza rinunciare a un’adeguata ermeneutica”. L’altro deve diventare “parte integrante di sé”, deve diventare “occasione di incontri e condivisioni”, per imparare dal passato che “male scaturisce solo male” così come dalla violenza.

Il Papa indica come si è chiamati a “camminare insieme”, non solo nel dialogo interreligioso, così come mostra l’incoraggiante esempio del lavoro svolto dal Comitato misto per il Dialogo tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e il Comitato di Al-Azhar per il Dialogo.

Francesco invita a “coniugare” bene, nel dialogo, “il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni”, per un dialogo vero.

Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni.

Il dovere dell’identità è necessario perchè non si può costruire un dialogo ambiguo, solo per “compiacere l’altro”. Il coraggio dell’alterità invece apre ad accettare chi è “differente da me” che non è “un nemico”, ma un “compagno di strada”. La sincerità delle intenzioni porta il dialogo a non diventare “una strategia” da attuare, “ma una via di verità” che “trasforma la competizione in collaborazione”.

Il futuro può essere costruito solo se si intavola un dialogo, riconoscendo”i diritti e le libertà” degli altri “perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro”. C’è bisogno che i giovani rispondano al male con “la paziente crescita del bene”.

A questa sfida siamo tutti chiamati, “cristiani e musulmani, e tutti i credenti” dice Francesco, tutti noi “fratelli e sorelle” perchè “viviamo sotto il sole di un unico Dio” senza il quale la vita dell’uomo “sarebbe come il cielo senza il sole”.

Il Papa ha invocato, su questo desiderio di pace, l’intercessione di san Francesco diAssisi che otto secoli fa incontrò il Sultano Malik al Kamil in Egitto.

L’Egitto è terra anche di alleanze, continua il Papa prendendo ad esempio il “Monte dell’Alleanza”, perchè è stata illuminata dalla “luce policromatica delle religioni” che, con le loro differenze, si sono arricchite a vicenda al “servizio dell’unica comunità nazionale”, riconoscendo “l’importanza di allearsi per il bene comune” e che sono necessarie anche oggi quando non si considera la religione “come dimensione costitutiva dell’essere umano e della società” e non la si distingue dalla politica che la strumentalizza.

“In un mondo”, prosegue il Pontefice, “che ha globalizzato molti strumenti tecnici utili” è di vitale importanza riproporre le “grandi domande di senso, che le religioni fanno affiorare e che suscitano la memoria delle proprie origini”, come: la vocazione dell’uomo, fatto per “tendere all’Assoluto”.

Quindi, “la religione non è un problema ma è parte della soluzione” al problema di “una vita piatta” che non ci fa “elevare l’animo verso l’Alto”.

Riferendosi ancora al Monte Sinai, il Papa cita le “dieci parole”e in particolare “non uccidere” (Es 20,13), con il quale Dio invita l’uomo a “contrastare la via della violenza”. Oggi questo monito divino è anche per le religioni, che devono “smascherare” la “falsa sacralità”, “denunciare” e “condannare” la violazione della dignità umana, perchè “la violenza è la negazione di ogni autentica religiosità”, ma soprattutto Dio è un Dio di pace, “Dio salam”.

È necessario dire “no” alla violenza in nome di Dio, a questa profanazione del Suo Santo Nome. Fede e violenza non sono compatibili, sottolinea Francesco, perchè la prima nasce da un “cuore sincero e da un amore autentico verso Dio”. “Diciamo insieme: più si cresce nella fede in Dio più si cresce nell’amore al prossimo”, invita il Papa

La religione però, oltre a smascherare il male, deve anche “promuovere la pace”, “pregando gli uni per gli altri”, promuovendo “la concordia in spirito di collaborazione e amicizia”. Se professiamo Dio “Padre di tutti” non possiamo non considerarci fratelli e riconoscere che solo una “costante lotta al male”, solo divenendo “costruttori di pace”, senza “incitamento alla violenza”, il mondo non sarà più un campo di battaglia, ma un “campo di una genuina fraternità”.

Francesco, quasi in conclusione, invita ad operare per ristabilire la pace e “rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamente”, bloccando “i flussi di denaro e di armi” che alimentano la violenza, avviando “processi di pace”.

Il successore di Pietro conclude auspicando che l’Egitto, “questa nobile e cara terra”, possa con l’aiuto di Dio “rispondere ancora alla sua vocazione di civiltà e di alleanza”.

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