Rapporto giovani 2017: dalle nuove generazioni la spinta a cambiare

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Alessandro Rosina

Per costruire un futuro migliore non dobbiamo considerare i giovani come i “perdenti” da proteggere in un mondo diverso dal passato, ma le risorse principali per contribuire a cambiare il mondo nella direzione auspicata.

Le nuove generazioni sono il nuovo che produce nuovo. Non vengono per essere uguali alle generazioni precedenti (quelle dei genitori e dei nonni) e non nascono e crescono in un mondo uguale a quello delle generazioni precedenti.

Sono quindi il modo attraverso cui una società costruisce il proprio futuro, che è sempre un luogo diverso dal presente.

La spinta giovanile verso l’innovazione, come ricerca di nuove soluzioni, è ancor più importante oggi in un mondo sempre più complesso e in continuo mutamento.
Elementi, questi, che emergono, in filigrana, dalla lettura del Rapporto Giovani 2017.
Ci troviamo infatti oggi in Italia, più che nel resto del mondo occidentale, in difficoltà nel far funzionare virtuosamente il rapporto tra crescita, nuove generazioni e futuro.
Per alimentare tale rapporto virtuoso è dunque necessario dar spazio al nuovo di cui le nuove generazioni sono portatrici e aiutare tale nuovo ad essere vincente nei processi di cambiamento di questo secolo. Il Documento preparatorio della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che sarà dedicata ai giovani e al tema del discernimento, sottolinea: “Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire. In altri termini, progettare il cambiamento secondo i principi della sostenibilità richiede di consentire alle nuove generazioni di sperimentare un nuovo modello di sviluppo”.
Questo chiama in causa sia il ruolo delle giovani generazioni che la funzione di quelle più mature.

Prima di tutto il “nuovo” dei giovani va capito più che giudicato.

Va aiutato e incoraggiato ad emergere, a conquistare consapevolezza di ciò che può diventare, a raffinarsi e trarre il meglio di sé. Ciò significa aiutare gli under30 a riconoscere le proprie specificità, sia in termini di fragilità da contenere che di potenzialità da sviluppare. Il rischio è quello, altrimenti, di ignorare le specificità o di confondere fragilità e potenzialità.

Dovremmo allora chiederci, per esempio, se i ragazzi di questo inizio secolo sono svogliati e distratti o stanno cambiando le modalità di apprendimento richiedendo nuovi strumenti e strategie di insegnamento. Se sono disimpegnati e indifferenti o il loro ingaggio alla partecipazione non segue più schemi tradizionali. Se sono sfiduciati verso tutto e tutti o sono ancora in grado di offrire attenzione e consenso verso chi sa mettersi in sintonia con linguaggio autentico, in modo credibile, proponendo temi coerenti con le loro sensibilità.

A questo riguardo la formazione può fare la differenza

perché consente di mettere in relazione positiva le proprie specificità e potenzialità con le nuove opportunità. Detto in altre parole, dove vengono fatte incontrare potenzialità delle nuove generazioni e opportunità del mondo in trasformazione, i giovani diventano la parte più avanzata di un futuro migliore da costruire. Dove invece si scontrano le fragilità della nuove generazioni con i nuovi rischi delle società moderne, i giovani diventano il costo sociale più elevato di un presente senza prospettive.

L’investimento sulle giovani generazioni richiede generosità e intelligenza, perché ha bisogno di risorse economiche e intellettuali, oltre che di riconoscimento che ciò che migliora la capacità di essere e fare dei giovani aumenta in prospettiva il benessere di tutti.

(*) coordinatore scientifico del Rapporto Giovani dell Istituto Toniolo – demografo dell’Università Cattolica

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