Papa Francesco: La nostra è un’anima migrante

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M.Michela Nicolais

I cristiani hanno un’anima migrante, perché la loro vita è appesa ad un’ancora nel cielo. Lo ha spiegato Papa Francesco durante la catechesi dell’udienza di ieri, pronunciata in piazza San Pietro di fronte a 18mila fedeli, in una mattinata ventosa che più volte gli ha fatto volare lo zucchetto. Tutto è cominciato con sei piccoli ospiti a bordo della jeep bianca scoperta ed è terminato con un appello a un gruppo di sposi provenienti dalla diocesi di Ancona-Osimo, freschi di 50 anni di vita insieme. “Ditelo ai giovani che è bello, è bella la gioia del matrimonio cristiano!”, l’appello di Francesco.

“Noi umani siamo abili nel recidere legami e ponti. Lui invece no. Se il nostro cuore si raffredda, il suo rimane incandescente. Il nostro Dio ci accompagna sempre, anche se per sventura noi ci dimenticassimo di lui”.

La nostra esistenza è un pellegrinaggio, un cammino. Anche chi è mosso da una speranza semplicemente umana, è in grado di percepire la seduzione dell’orizzonte, che ci spinge a esplorare mondi ancora sconosciuti:

“La nostra anima è un’anima migrante, la Bibbia è piena di storie di pellegrini e viaggiatori”.

Come Abramo che obbedisce al comando riportato nella Genesi, la nostra vocazione è lasciare il pezzo di mondo che conosciamo bene, anche quando tutto cospira contro la sensatezza del viaggio.

“Non si diventa uomini e donne maturi se non si percepisce l’attrattiva dell’orizzonte: quel limite tra il cielo e la terra che chiede di essere raggiunto da un popolo di camminatori”.

Nel suo cammino nel mondo, l’uomo non è mai solo, ripete Francesco: il cristiano non si sente mai abbandonato, perché Gesù ci assicura di non aspettarci solo al termine del nostro lungo viaggio, ma di accompagnarci in ognuno dei nostri giorni.

Gesù, che cammina con noi, si prende cura di noi fino alla fine del mondo, la certezza che non lascia dubbi nel Vangelo. Perché lo fa? Semplicemente perché ci ama:

“Non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio”.

Si chiama Provvidenza, questo tipo di premura. Non a caso, il simbolo cristiano che traduce meglio la speranza è l’àncora, pegno di una speranza che non è vaga e non va confusa  non va confusa con il sentimento mutevole di chi vuole migliorare le cose di questo mondo in maniera velleitaria, facendo leva solo sulla propria forza di volontà.

Se l’inizio di ogni vocazione è un “Seguimi”, con Gesù ci assicura di restare sempre davanti a noi,  i cristiani possono camminare ovunque: ”

“Anche attraversando porzioni di mondo ferito, dove le cose non vanno bene, noi siamo tra coloro che anche là continuano a sperare”.

Tornano in mente le parole del salmo: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”. È proprio dove dilaga il buio che bisogna tenere accesa una luce. Torniamo all’ancora, l’invito finale del Papa.  Noi abbiamo la nostra vita ancorata in cielo. Cosa dobbiamo fare? Aggrapparci alla corda. Andare avanti, sicuri, perché la nostra vita è come un’ancora nel cielo.

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