“Fine pane mai”: la prima panetteria che sfonda le mura del carcere

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Di Patrizia Caiffa

È la prima volta in Italia (e forse in Europa) che un invalicabile muro di cinta di un carcere viene sfondato per aprire una panetteria dove lavorano i detenuti. Un punto vendita al pubblico che serve ad accorciare le distanze tra il quartiere e chi è dentro le mura. Perché anche il carcere diventi un “luogo piacevole” da frequentare per le cose buone che produce. Accade nella terza casa circondariale di Roma Rebibbia, dove ieri (20 aprile) è stata inaugurata, in via Bartolo Longo 82 (proprio tra le mura del carcere) “La Terza bottega: fine pane mai”. Il gioco di parole con “fine pena mai”, usato per indicare l’ergastolo, vuole essere proprio una provocazione positiva: il pane non deve finire mai, né per chi lo mangia, né per chi lo produce. In questo caso, chi mette letteralmente le mani in pasta nel forno interno a ridosso delle mura, sono 8 detenuti con regolare contratto di lavoro. Si spera di arrivare a 20 e di far lavorare come commesse anche le detenute della sezione femminile. L’iniziativa, del costo complessivo di oltre 2 milioni di euro, è stata finanziata con 800mila euro della Cassa delle ammende del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Il resto grazie ad un cofinanziamento con Panifici Lariano e Farchioni Olii, che pagano gli stipendi, le materie prime ed hanno completamente allestito il punto vendita.

Pane, formazione e lavoro per aprire un varco. Il progetto ha impiegato più di 2 anni e mezzo per realizzarsi: tante sono state, infatti, le difficoltà burocratiche e amministrative, proprio perché si trattava materialmente di aprire un varco sulle mura di Rebibbia e utilizzare la stanza a ridosso per il punto vendita. E mentre la gente del quartiere ieri approfittava della generosa porchetta, della pizza e dei panini distribuiti gratuitamente per l’inaugurazione, al di là del muro gli 8 detenuti lavoravano dalla notte precedente per sfornare il tutto. “Hanno frequentato per sei mesi un corso per panificatori e poi i successivi aggiornamenti”, spiega al Sir suor Primetta Antolini, della Congregazione Francescane Alcantarine, che ha come carisma principale i giovani e i poveri. Umbra di Castiglion del Lago, suor Primetta ha scoperto vent’anni fa il mondo del carcere “e da allora non ne è più uscita”, come le ricorda scherzando la superiora. Da tre anni fa volontariato alla terza casa circondariale maschile di Rebibbia, con 35 detenuti con pene attenuate o con lunga pena. Con la sua associazione “Mandorlo in fiore” ha fortemente creduto in questo progetto. “Gli ostacoli sono stati tanti, in certi momenti i ragazzi avevano perso le speranze – dice oggi felice ed emozionata -. Invece grazie ai dirigenti del carcere e a un imprenditore illuminato ce l’abbiamo fatta. Aver inaugurato la panetteria la settimana di Pasqua per me significa abbattere il muro come durante la Resurrezione.

Tutti hanno diritto ad un percorso di rinascita per riprendersi la vita.

Molti di loro studiano e c’è chi frequenta anche l’università”. “È giusto che chi sbaglia debba pagare – aggiunge Valentino Petrone, proprietario da tre generazioni della Panifici Lariano, con altri 4 panifici e 2 panetterie tra Roma e provincia – ma una volta pagato bisogna fare il possibile per aiutarli a reinserirsi in società. L’obiettivo di questa iniziativa sociale è dare formazione e lavoro, per permettere ai detenuti di ricostruirsi una vita”.

Vogliamo farci cercare per le cose buone”. Non a caso il coordinatore del progetto è Claudio Piunti, che il carcere lo conosce bene “perché ci ho dormito 23 anni”. Ex appartenente alle Brigate Rosse, condannato a 32 anni, è stato rilasciato per buona condotta e dal 2005 fa il cuoco. “Vogliamo farci cercare per le cose buone – sottolinea – e avvicinare la gente del quartiere a queste mura di cinta, per annullare le distanze tra buoni e cattivi”, anche se, ironizza, “chi saranno i buoni e chi i cattivi?” La qualità dei prodotti sarà infatti il punto di forza della panetteria e gastronomia, che utilizza, tra l’altro, materie prime biologiche e grani antichi siciliani: “Perché il futuro sta nel passato – sostiene Piunti -. Non è un caso se 50 anni fa la celiachia non esisteva”. Il lavoro, a suo avviso, “è l’unica strada che può funzionare in carcere”.

 

Lo sa bene Mario Astorino, che gioca con il nome del negozio perché lui invece è un vero “fine pena mai”. Bolognese dalla vita più che avventurosa è entrato in carcere il 6 febbraio del 1975 per rapina a mano armata e varie e si è beccato l’ergastolo. Da allora non ne è più uscito, se non con una evasione dal penitenziario di Mantova (sempre armi in pugno). Ha già scontato 42 anni di pena ma dal 2014 è in semi-libertà, cioè rientra in carcere la notte. Ha fondato con altri soci detenuti una cooperativa di lavoro che fa pulizie, derattizzazioni, potature di alberi, ha una moglie e due figli e dice: “Con il mio lavoro sto bene, sono in pace con me stesso e con il mondo, ho la serenità in casa e una donna che mi capisce”. Certo, dice, “la semi-libertà è stressante perché devi vivere sempre con l’orologio in mano, ci sono gli orari da rispettare”.

Però, come si dice a Roma, “è sempre meglio che un pugno in un occhio, no?”.

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