Lettera del Vescovo Carlo ai sacerdoti e diaconi: “Perseveranti nella comunione”

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Pubblichiamo la lettera del Vescovo Carlo Bresciani

Carissimi sacerdoti e diaconi,
il giovedì santo è per tutti noi una memoria molto cara, collegata con l’istituzione del ministero che siamo chiamati ad esercitare nei confronti dell’Eucaristia e della Chiesa che Gesù ci ha affidato. Questo ministero noi lo abbiamo ricevuto da Gesù stesso attraverso l’ordinazione sacramentale conferitaci dalla Chiesa. Siamo profondamente commossi nel meditare un così grande atto di amore di Gesù verso di noi a beneficio della Chiesa e dell’umanità intera, cui siamo mandati, e l’animo si ricolma di gratitudine a Lui. Lasciamocene commuovere sostando a lungo nella meditazione.

L’eucaristia è mistero di comunione con Dio e generatrice di comunione tra noi. Essa è fondamento della Chiesa-comunione. In modo particolare, noi ministri ordinati a servizio della Chiesa-comunione, siamo chiamati ad essere segno di comunione, perseveranti nella comunione, come lo erano i primi Apostoli e la prima comunità riunita attorno ad essi. Così ce la descrivono gli Atti degli Apostoli (cfr. 2,42). Si tratta di una indicazione fondamentale per il nostro essere Chiesa: noi siamo ministri della comunione fraterna nel presbiterio, nella Chiesa e nel mondo.

Il richiamo alla perseveranza ci rimanda immediatamente al fatto che, in primo luogo, la comunione non è mai un dato raggiunto una volta per sempre, ma è da costruire sempre di nuovo, con la perseveranza di ogni giorno. Ma ‘perseveranza’ evoca anche la fatica richiesta per costruire e salvare la comunione. Anche di questa fatica gli Atti degli Apostoli danno sincera testimonianza, al punto che san Paolo può affermare: “avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo” (2Cor 4,1).

Perseveranti nella comunione
La Chiesa è, anche per noi, la casa dell’infinito desiderio di comunione che ciascuno di noi porta dentro di sé. Ma, proprio per questo, esperimentiamo il limite della nostra Chiesa, non solo quello contingente dovuto alle nostre debolezze, ma anche quello intrinseco, in quanto questo infinito desiderio, realizzabile solo progressivamente mettendosi pienamente alla sequela di Gesù, è sempre soddisfatto solo parzialmente, in quanto desiderio infinito dentro il finito, dentro il limite delle nostre personalità e delle nostre relazioni.

Come si fa allora a non rimanere schiacciati dal limite della nostra Chiesa, e di noi stessi; anzi, come si fa a vedervi l’infinito che tuttavia vi abita? Essere consapevoli della sproporzione tra il nostro infinito desiderio di comunione e i nostri limiti ci rende spaesati e confusi. Siamo chiamati ad abitare il limite, conservando il desiderio che ci spinge a continuare ad essere costruttori di comunione dentro la fatica delle molteplici relazioni e la resistenza del male che in varie forme e in vari modi sempre le minaccia. Siamo chiamati ad evitare la ‘fretta del compimento’ e ad imparare a vivere nel ‘tempo lungo’, mantenendo la nostalgia dell’infinito che scalda il nostro ministero.

Solo l’amore di Gesù e la passione per la Chiesa che c’è, e per quella da costruire con la fatica di ogni giorno, ci rende instancabili operatori di comunione tra noi e con i fedeli che Dio ci ha affidato. È questo amore che ci ha catturato e ci ha portato a seguire Gesù nel ministero, consacrando tutta la nostra vita per costruire con Lui il Regno di Dio. Questo amore lo esperimentiamo ogni giorno celebrando l’Eucaristia: lì incontriamo la carità di Cristo che ci spinge: “caritas Christi urget nos” (2Cor 5, 14). Fu questa la forza e l’alimento di san Paolo nelle impressionanti traversie del suo ministero. Fu questa la forza dei santi pastori, Padri della Chiesa. È “l’amore di Dio riversato nei nostri cuori per opera dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5, 5) nell’ordinazione. Per questo non cessiamo di pregare con la Chiesa: “tui amoris ignem accende” (Sequenza dello Spirito Santo).

Camminare in questo amore chiede a noi una continua purificazione, una progressiva liberazione da ciò che non è essenziale, una spogliazione del nostro io: in altre parole, una donazione eucaristica di noi stessi, seguendo l’esempio di Gesù, degli Apostoli e dei santi Padri della Chiesa. Lo spirito di comunione deve innanzitutto crescere dentro di noi: così si purifica, in primo luogo, il modo di guardare al nostro io, e, poi, il modo di guardare al confratello e al fedele che Dio ci ha affidato. La comunione esige, infatti, un io libero da se stesso, pronto a riconoscere i doni dell’altro e a collaborare con lui, perché essi si esprimano meglio a vantaggio di tutti. Il passaggio dall’io al noi è il cammino della maturità umana e cristiana, è il cammino del nostro essere e diventare sempre più Chiesa, corpo di Cristo, unito dall’unica fede, dall’unica speranza e dall’unica carità.

Solo se si rompe il guscio, in cui rischiamo sempre di chiuderci, il seme che vi è contenuto può diventare pianta e, poi, dare frutto. Evidentemente occorre una ragione per rompere il guscio, ma solo se questo avviene, allora si ha la fioritura che nel seme era racchiusa e rischiava di morire nello spazio limitato del guscio. Occorre, quindi, lasciarsi ferire dalla vita, con una ferita che spacchi il nostro guscio e permetta al seme di mettere radici nella terra. Solo così il seme diventa pianta che dà frutto. Quella ferita diventa feconda se non spegne la forza dell’amore che è stato riversato in noi dallo Spirito Santo che ci è stato dato e che deve continuare a fluire da quella ferita, come le radici del seme emergono dal guscio rotto per prendere fecondità dalla terra.

Ciò che è sacro, come lo è la comunione nella Chiesa e tra di noi, all’inizio è sempre fragile come il germoglio che nasconde l’albero frondoso che potrà diventare solo se viene custodito e curato con passione e pazienza. Noi, ministri, siamo chiamati per vocazione ad essere custodi e costruttori di questa comunione, perseverando nell’insegnamento degli Apostoli e invocando ogni giorno i sette doni dello Spirito nei quali confidiamo e con i quali pieghiamo ciò che è rigido e scaldiamo ciò che è gelido.

Alla domanda se valga la pena perseverare dentro i limiti che ben conosciamo, con le fatiche e le ferite che essi comportano, noi abbiamo una risposta ed è: sì! Ne vale la pena per Dio e per il corpo di Cristo che è la Chiesa. Questo ‘sì’ noi lo confermiamo di nuovo in questo giovedì santo; lo facciamo convintamente e con maggior consapevolezza attraverso la rinnovazione delle promesse fatte nel giorno della nostra ordinazione. Questo ‘sì’ ci immerge nel mistero della Trinità, in ciò che la teologia chiama le Sue processioni, che non sono altro che la missione che il Padre consegna al Figlio e che Egli conduce, guidato dallo Spirito Santo, fino a quell’estrema donazione di sé che meditiamo nel mistero pasquale di morte e resurrezione, che stiamo celebrando.

Per questo, noi siano felici anche nei limiti delle nostre possibilità e nella povertà della nostra Chiesa, perché essa è nelle mani di Dio e di Gesù morto e risorto per noi e per la sua Chiesa. Siamo felici della beatitudine dei poveri in spirito (Mt 5, 3ss.) che confidano in Dio e nella sua promessa del Regno dei cieli. Da qui traiamo la forza di non arrenderci mai fino alla fine.

La cura di noi stessi per una vera comunione
Nessuno conosce la profondità di se stesso, se non scende nel silenzio della sua intimità e vi sosta a lungo: solo così si trova a faccia a faccia con la propria povertà e può dialogare in piena sincerità con Dio, ascoltando la sua parola di verità su di sé. Ma dobbiamo scendere nel silenzio dell’incontro veritiero con noi stessi e con le nostre povertà, se vogliamo trovare strade sicure di comunione non schermate da inutili difese, maschere, menzogne, finzioni o superficiali accuse.

Constateremo di essere fragili, ma ciò ci costringerà ad affidarci a Qualcuno che ci libererà dall’illusione di poter fare da soli, perché si costruisce la Chiesa sempre almeno in due, come i discepoli che Gesù mandò a due a due. Ma poi Gesù diede il mandato a tutti gli apostoli insieme.

Noi che, forse, vediamo con maggior chiarezza i limiti nei quali siamo immersi – e la nostra Chiesa diocesana non è da meno – non siamo chiamati a scappare chiudendoci nel nostro solitario egoismo, ma a chinarci su di essi onde cercare di riparare, senza stancarsi mai. Constateremo che dobbiamo riparare anche noi stessi, per poter riparare le comunità e la stessa Chiesa che ci sono affidate. Noi sappiamo che manca sempre qualcosa, e sempre qualcosa mancherà, ma questo non ci spinge ad abbandonare il campo, ma ci spinge verso la costruzione di un nuovo modo di essere Chiesa insieme, sostenendoci reciprocamente.

Perseveranti nei cambiamenti del tempo
Siamo ministri che vivono nella temperie culturale che ci è data, dentro questo cambiamento d’epoca, chiamati a dare consenso alla nostra stessa vita con i suoi cambiamenti, ma senza mai assimilarci alla mentalità di questo mondo, accettando le tensioni che tutto ciò genera in noi e nelle nostre comunità, perché sono tensioni e fatiche generative della nuova Gerusalemme, quella che scaturisce dal costato trafitto di Cristo.

Il cambiamento d’epoca che siamo chiamati a vivere, con la fragilità delle relazioni che porta con sé, rendendole sempre più liquide e instabili, ci chiama ad un supplemento nella virtù della perseveranza, resistendo ad una pervasiva mentalità disgregatrice e rinunciataria. Siamo chiamati, come ministri della comunione, a resistere all’individualismo narcisistico che pervade il nostro tempo e rende tutte le comunità sempre più conflittuali, rivendicatrici di diritti e poco propense ai doveri della solidarietà e dei progetti comuni.

Lo potremo fare tanto meglio quanto più impegniamo noi stessi a crescere nella comunione tra noi, lasciandoci anche ferire dalle sue mancanze più o meno vistose che ci fanno soffrire. Feriti forse sì, rinunciatari no. Come ministri, non ci accontentiamo di una nostra personale e intima comunione con Dio, con gioia accettiamo il ministero di essere costruttori con Gesù di una Chiesa-comunione diventando per essa eucaristia: cioè in rendimento di grazie mentre doniamo noi stessi come Gesù si è donato nel mistero pasquale per noi e per i nostri peccati.

Carissimi, come ministri, ci siamo innamorati dell’infinito e siamo feriti per la mai completa sua attingibilità: dobbiamo resistere al dolore di questa ferita che vorrebbe spingerci in false consolazioni, compensazioni o in arrabbiate recriminazioni. Siamo chiamati a fare come Gesù e diventare segni di comunione anche là dove sembra regnare tutt’altro. A questo ci richiama in questo giovedì santo Gesù stesso, mentre ci consegna l’Eucaristia, sacramento della comunione che genera la Chiesa e che sgorga dal cuore trafitto di Gesù crocifisso.

Conclusione
Perseveranti nella paziente costruzione della comunione fraterna nel presbiterio e nella Chiesa che il Signore Gesù ci ha affidato, contempliamo il mistero di morte e resurrezione in cui è radicata l’origine della Chiesa. Sappiamo che anche noi siamo chiamati a vivere insieme con Lui questo mistero nella nostra stessa vita per la fecondità del nostro ministero.

Abbraccio ciascuno di voi singolarmente con il bacio della pace e vi benedico, rendendo grazie a Dio per il ministero che con amore svolgete a servizio di questa nostra amata Chiesa truentina.

La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito santo sia con tutti voi.

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