Maria De Filippi e la televisione che non educa

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Di Riccardo Benotti

Maria De Filippi è il magnete della televisione italiana. Attira il pubblico come Violet Jessop i disastri in mare: nessuno ha scampo quando a bordo c’è la regina del piccolo schermo. Gli ascolti, d’altra parte, le rendono ragione e la posizionano costantemente ai primi posti nella rincorsa all’ultimo spettatore.
Che la sua capacità ammaliatrice, celata dietro a un’emotività trattenuta e a una presenza scenica (poco) ingombrante, non tenesse in grande considerazione le sorti del dibattito pubblico lo si era capito da tempo. Adesso, però, è giunta conferma dalla diretta interessata che in un’intervista al Corriere rivela: “Non credo che la tv debba essere pedagogica, dare modelli di comportamento. Cerco storie di persone con cui la gente si possa identificare”. A vedere i programmi, non si fatica a crederlo. Eppure, che lo voglia o meno, Maria De Filippi offre un contributo considerevole all’educazione del Paese. Almeno in quel senso antico, e dimenticato, di tirare fuori ciò che di meglio (o di peggio) c’è dentro alla persona. E lo fa con una potenza di fuoco senza paragoni: oltre 3 milioni di telespettatori seguono ogni giorno i tormenti del cuore in “Uomini e donne”, almeno 4 milioni la corsa al successo nel serale di “Amici”, fino a 5 milioni le confessioni pubbliche di “C’è posta per te”. Un’audience in stragrande maggioranza composto da giovani donne (15-35 anni), prevalentemente concentrate nel Meridione e con un livello di istruzione medio basso. Ovvero la fetta prevalente di un Paese in cui la metà degli italiani arriva a fatica alla licenza media, il 35 per cento supera l’esame di maturità e soltanto il 13 per cento completa il ciclo ottenendo una laurea. È dunque alla pancia di una nazione impoverita e distratta che Maria De Filippi si rivolge, offrendo come unica speranza di futuro il riscatto di un talento artistico da far esplodere in prima serata.
Karl Popper credeva a tal punto nella funzione educativa della televisione da invocare un arbitro per regolarne la pratica: “Chiunque sia collegato alla produzione televisiva deve avere una patente, una licenza, un brevetto, che gli possa essere ritirato a vita, qualora agisca in contrasto con certi principi”. Chi avrà il coraggio di estrarre il cartellino rosso per la signora della tivù?

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