Stoccolma: testimonianza di due giovani, “siamo scioccate”

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“Siamo scioccate. Lo abbiamo saputo dai nostri amici a Stoccolma che attraverso internet cercavano di sapere dove stavamo e come stavamo. Ciò che è accaduto è agghiacciante”. Jessica Moussa, di Goteborg, e Fiorella Bashdas, di Stoccolma, commentano così al Sir la notizia del camion che, nel centro di Stoccolma, attorno alle 15 di ieri (ora italiana), si è lanciato sulla folla investendo diversi pedoni nella via centrale – quella del passeggio e dei negozi – per poi finire la sua corsa in pieno Ahlens City, grande centro commerciale. Così come, nei mesi scorsi, era accaduto a Nizza e poi a Berlino. “Siamo un piccolo Paese, sicuro, dove mai avremmo pensato potessero verificarsi simili fatti”, affermano le due giovani, in questi giorni a Roma dove partecipano come delegate della pastorale giovanile dei Paesi Scandinavi al convegno “Da Cracovia a Panama – Il Sinodo in cammino con i giovani” promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. “Quando senti fatti, come quelli accaduti a Nizza e a Berlino, pensi che forse non potrebbero accadere qui da noi e invece è successo. Il livello di allerta nel nostro Paese è alto, si presta attenzione a ogni cosa sospetta e si parla di pericolo bomba ma poi fortunatamente ogni allarme si rivela infondato”. “Difficile dire quali sono le cause di questi attacchi – dicono le due giovani, una di origine libanese e l’altra peruviana, ma entrambe nate in Svezia -. Crediamo che ci siano problemi nella nostra società e nella sua capacità di integrare coloro che vengono da fuori. Non tutti coloro che arrivano sono malintenzionati, anzi la maggioranza è composta da gente che ha studiato, che nei Paesi di origine aveva un’ottima professione, medici, insegnanti, architetti, informatici, e adesso devono impiegarsi in altri campi senza poter mettere a frutto la propria professione. Crediamo che meritino una nuova chance di vita. Purtroppo per il futuro non abbiamo molta speranza. Il fenomeno migratorio deve essere affrontato in modo inclusivo e non l’opposto”.

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