Sindone: l’incendio dell’11 aprile 1997 e i progressi compiuti

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Di Marco Bonatti

Vent’anni, e poi ancora qualche mese. La Cappella dove era custodita la Sindone, andata quasi completamente distrutta nell’incendio dell’11 aprile 1997, verrà riaperta, se tutto va bene, entro la fine di quest’anno. I grandi lavori strutturali sono terminati, la Cappella – che fa parte di Palazzo Reale ed è competenza della Soprintendenza ai Beni architettonici ed artistici – si sostiene di nuovo senza appoggi esterni; le decorazioni interne dovrebbero essere concluse. Manca da restaurare l’altare centrale, opera del Bertola, che custodiva, in uno scurolo di grate dorate, la cassa tempestata di pietre dure dentro cui era arrotolata la Sindone.

Il Telo, però, viene ora conservato disteso.

È uno dei progressi più importanti compiuti in questi due decenni: l’incendio del 1997 ha imposto di realizzare quelle opere di sicurezza esterna e di conservazione che i Custodi (gli arcivescovi di Torino) avevano già studiato e progettato. Ora la Sindone si trova in una sua cappella, sotto la Tribuna Reale – perché Cattedrale di Torino, cappella di Guarini e Palazzo Reale costituiscono, pur distinti, un imponente corpo architettonico unico: così volevano i Savoia, proprietari della Sindone per secoli (nel 1984 l’ultimo capo della dinastia, Umberto II, ne destinò la proprietà alla Santa Sede).
Fin dagli anni del cardinale Pellegrino (arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977) i Custodi hanno avuto ben presente il problema della conservazione. Con Saldarini (1989-1999) si mette all’opera una Commissione internazionale di scienziati, che è unanime:

la Sindone va conservata distesa, per evitare che si approfondiscano, ad ogni srotolamento, le pieghe che stanno compromettendo la lettura dell’immagine.

L’incendio terribile del 1997 distrugge l’interno della Cappella e danneggia gravemente il Duomo. Manca un anno all’ostensione, indetta nel primo centenario della fotografia di Secondo Pia, che propose al mondo il mistero di quel “negativo” del Volto sindonico, molto più leggibile e impressionante del positivo. Si decide di andare avanti nella preparazione: e l’esposizione del 1998 sarà quella che, forse più di ogni altra, fa conoscere la Sindone in tutto il mondo e, contemporaneamente, la “rivela” a Torino e ai torinesi. Dalla notte dell’incendio è scattata infatti una gara di solidarietà e di attenzione, per il restauro e la conservazione di quel “segno religioso” che è anche patrimonio essenziale della città e della sua gente.

La cappella sotto la Tribuna Reale oggi è un ambiente adeguato per la conservazione: il microclima è costantemente controllato da remoto, la Sindone è custodita dentro la teca per la conservazione ordinaria, inaugurata dal card. Poletto e realizzata in gran parte da aziende torinesi (capofila Alenia Spazio).

Ma questo ventennio ha regalato altre novità fondamentali per la conservazione del Telo:

nel 2002 viene realizzato un prezioso lavoro di “restituzione” della Sindone alle sue condizioni originali. Protagonista è la dottoressa Mehcthild Flury Lemberg, direttore del Museo del tessuto antico di Berna: attraverso le sue mani e i suoi aghi sono passati anche i resti delle tuniche di san Francesco e santa Chiara… Di fede luterana, la prof. Flury Lemberg si appassiona alla Sindone anche come credente, e forse per questo il suo contributo risulta ancor più prezioso, non solo sul piano scientifico. Nel 2002 vengono rimosse le “toppe” provocate da un altro incendio, quello del 1532 a Chambéry, e cucite qualche anno dopo sopra il Telo.

Conservazione orizzontale, recupero delle condizioni originali del tessuto, sistemazione e monitoraggio.

Gli interventi realizzati in questi vent’anni dicono che la Chiesa non è certo stata “ferma” sulla Sindone, come invece vorrebbero lasciar credere i sostenitori della ricerca a oltranza.

Il fatto è che, dal 1978 in poi la Chiesa, a Torino e a Roma, ha lavorato per ottimizzare le condizioni di conservazione e anche per accrescere il “senso religioso” del Lenzuolo di Torino. Le 6 ostensioni (di cui due televisive) hanno fatto comprendere quanto diffusa sia la “popolarità” dell’immagine sindonica, in Italia e non solo. Ma la gran parte della gente non viene in pellegrinaggio per vedere un “ufo” o porsi questioni scientifiche quanto piuttosto per contemplare le sofferenze di un Uomo che richiamano così direttamente quelle di Gesù Cristo descritte dai Vangeli.

E il richiamo della Sindone è un “pellegrinaggio di speranza” verso quelle domande che ciascuno di noi si porta dentro – le domande fondamentali sulla vita e la morte, sul senso del dolore.

Il cammino “pastorale” della Sindone, iniziato nel 1978 dal card. Ballestrero, si è rafforzato soprattutto dopo l’incendio, confortato anche dal magistero dei Papi. Paolo VI, morto 20 giorni prima dell’inizio dell’ostensione, parlò di un “testimone silenzioso”. I suoi successori – Giovanni Paolo II, Benedetto, Francesco – non hanno mancato di venire pellegrini a Torino in ognuna delle esposizioni (il Papa polacco nel 1998, Benedetto nel 2010 e Francesco nel 2015. Le ostensioni televisive si tennero nel 1973 e nel 2013, quest’ultima voluta dall’arcivescovo Nosiglia e trasmessa in diretta televisiva mondiale).

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