Regno Unito, il mercato del lavoro perde i colpi

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Silvia Guzzetti

L’aumento del tasso di disoccupazione nel Regno Unito dal 4,9% del 2016 al 5,2 del 2017, e la previsione di un’ulteriore crescita, nel 2018, fino a 5,6% sarebbe dovuto a Brexit. Tom Weyman-Jones, professore emerito di economia industriale all’Università di Loughborough, non ha dubbi. “Dopo il referendum dello scorso 23 giugno, con il quale il Regno Unito ha scelto di lasciare l’Unione europea, gli imprenditori hanno assunto di meno, perché non sanno bene che cosa succederà, e meno persone hanno cercato nuovi lavori”, spiega. “Nello stesso periodo, nell’area euro il pacchetto di Quantitative easing di Mario Draghi e della Banca centrale europea ha cominciato ad avere effetto sull’economia europea che si sta stabilizzando. Anche se, in questo momento, non c’è una crescita velocissima, non c’è neppure, però, un rallentamento e il potenziale per migliorare la situazione esiste”.

“Scelto il momento sbagliato”. L’esperto, commentando gli ultimi dati sul mercato del lavoro nell’Ue forniti da Eurostat, attribuisce ad esempio all’intervento della Banca centrale europea la lieve diminuzione della disoccupazione in Italia, dall’11,7% del 2016 all’11,6% del 2017, e la previsione che scenderà ancora all’11,4% nel 2018.

Sempre all’azione Bce si fa risalire la diminuzione di coloro che non hanno un impiego nell’area euro

dal 10% del 2016 al 9,6% del 2017, fino al 9,1 del 2018. “La crescita dell’Europa, che si era fermata durante il biennio 2013-2014”, dopo la grande crisi partita nel 2007, “è ancora molto lenta ma ben avviata ed è coincisa con il rallentamento del Regno Unito dovuto a Brexit”, spiega il professor Weyman-Jones. “I britannici hanno scelto di andarsene in uno dei momenti peggiori, proprio quando le misure introdotte dalla Banca centrale europea hanno cominciato ad avere effetto”.

Notevoli differenze. Secondo l’economista, “bisogna tenere conto anche che il mercato del lavoro britannico è completamente diverso da quello dell’area euro in generale perché molto più flessibile e ricco di part-time. Così si spiega il tasso di disoccupazione del Regno Unito, assestatosi da tempo attorno al 5%, a uno dei livelli più bassi” d’Europa. “In Gran Bretagna esistono pochi impedimenti legali ai licenziamenti quando una ditta deve ridurre i costi perché i suoi prodotti non vendono più come prima; e, di conseguenza, le assunzioni sono molto più facili una volta che la stessa impresa ha recuperato” quote di mercato.

“I lavoratori, poi, sono disposti a farsi tagliare lo stipendio pur di mantenere il lavoro”,

continua Weyman-Jones. In Francia o in altri Paesi di Eurolandia, invece, “le leggi rendono difficilissimo licenziare e, di conseguenza, le imprese preferiscono offrire soltanto lavori part time e non sicuri. Nel Regno Unito, il settore privato, grazie anche al sostegno della Bce, è riuscito a creare molti nuovi posti di lavoro durante il periodo di ripresa dalla crisi finanziaria del 2007: un numero addirittura maggiore dei migranti arrivati qui che sono tra i 250 e i 300mila all’anno”.

Part time, posti precari… Ci sono anche altre spiegazioni dell’attuale tasso di disoccupazione basso del Regno Unito come “l’invecchiamento della popolazione e la diffusione del part-time tra gli ultrasessantenni che scoprono che la pensione non è sufficiente e diventano lavoratori in proprio per arrotondare. Si tratta di impieghi precari e ben diversi da veri e propri posti di lavoro, ma servono a far salire le statistiche che non spiegano nei dettagli di che tipo di lavoro si tratta”. Secondo il professor Weyman-Jones, “l’idea che Brexit sarà risolto in due anni e arricchirà l’economia britannica è una fantasia pericolosa”.

Col passare del tempo molti cittadini del Regno Unito si accorgeranno, sostiene, che quel no alla Ue non è stato affatto una buona idea

e ci potrebbe essere un pentimento oppure i negoziati tra Gran Bretagna e Unione europea finiranno per trasformare sia l’economia britannica che quella europea. “Anche se continueremo a commerciare con l’Ue, le merci saranno più costose e occorrerà risparmiare su altri settori”, spiega l’esperto. “La sterlina verrà indebolita e la Gran Bretagna potrebbe essere costretta a specializzarsi nei prodotti che vende meglio, servizi finanziari, ricerca scientifica, farmaceutica, ricerche di ingegneria di alto livello, industrie creative e dei media, compresa la produzione di film e programmi televisivi, sacrificando agricoltura, produzione di cibo e industria manifatturiera non qualificata come il tessile”.

Fragilità del sistema. Anche per l’Ue esistono rischi sulla strada del Brexit? “Certo, una maggiore difficoltà ad esportare nel Regno Unito automobili, vestiti e cibo che diventeranno più costosi per i britannici perché la sterlina sarà più debole e anche per colpa delle tariffe imposte dall’Europa”, continua Weyman-Jones. “Non dimentichiamoci anche la fragilità del sistema bancario europeo, soprattutto se la Germania continua ad opporsi al piano Bce per sostenere la Grecia”.

“Insomma sia la Ue che la Gran Bretagna hanno molto da perdere se divorziano in modo irreparabile”.

I rischi di un “hard Brexit” diventeranno “sempre più evidenti nei prossimi mesi e questa esperienza potrebbe trasformare sia l’economia britannica che quella europea”.

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