Card. Parolin, il terremoto “non ha l’ultima parola”

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Di Francesco Rossi

A Carpi la Pasqua è arrivata prima. Le campane hanno suonato a festa oggi (25 marzo), nel giorno della solenne riapertura al culto della cattedrale. Dopo cinque anni in cui era rimasta “muta a causa delle gravi ferite inferte dal terremoto”, la chiesa cattedrale ora “torna a essere un corpo vivo, e quindi a parlare e a vivere integralmente la vita per la quale è stata voluta”, ha detto il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina. Nel 2012 era appena arrivato alla guida della diocesi quando il sisma squassò la pianura emiliana e rese Carpi, in particolare, una diocesi senza chiese. Oggi, con la riapertura della cattedrale, questa Chiesa locale risorge, segno visibile che dal terremoto si può rinascere.

Una folla ha affollato la cattedrale, mentre 160 scout dell’Agesci – zona di Carpi hanno garantito il servizio d’ordine, a fianco della Protezione civile e delle Forze dell’ordine. Ad aprire il portale maggiore del duomo e presiedere la concelebrazione eucaristica è stato il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, affiancato dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, dall’arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, dall’arcivescovo emerito di Bologna, card. Carlo Caffarra, assieme a 16 vescovi – tra cui gli arcivescovi Matteo Maria Zuppi (Bologna), Lorenzo Ghizzoni (Ravenna-Cervia), Giuseppe Verucchi (emerito di Ravenna-Cervia), Paolo Rabitti (emerito di Ferrara-Comacchio), Luigi Bressan (emerito di Trento), l’indiano Joseph Kariyil (Cochin) e l’emerito di Carpi Elio Tinti – e un centinaio di sacerdoti.

“Il terremoto, come altri drammi che possono scuotere la società, con i loro lutti e devastazioni”, non ha “l’ultima parola”.

Così il card. Pietro Parolin, nell’omelia, ha aperto alla speranza. “Con l’aiuto del Signore e perseverando con operosità e coraggio – ha evidenziato – la vita rinasce, le ferite si cicatrizzano e si ritorna a camminare insieme, a sperare, a progettare e a costruire”.

Gioia e speranza sono stati il filo conduttore di una giornata che si contrappone a quanto gli emiliani vissero cinque anni fa, ma anche a tante altre tragedie che quotidianamente affollano le cronache. Perciò Parolin ha messo in guardia dalla “tentazione d’insistere solo sul male, sul negativo e perfino di spettacolarizzare le tragedie”. “Ripetere incessantemente ciò che non va, non funziona, minimizzando il bene – ha osservato –, procura apatia e sfiducia, genera disimpegno e falsa la stessa realtà”, nonché “indebolisce la speranza e la propensione a investire sul futuro da parte degli adolescenti e dei giovani”.

La riapertura della cattedrale, invece, “dimostra che il terremoto può colpire e ferire, ma non può sconfiggere e annichilire, può danneggiare e far tremare la terra, ma non può disgregare e disperdere una comunità che s’impegni a rinascere”, ha concluso il segretario di Stato con un pensiero per “i fratelli e le sorelle del Centro Italia”, che stanno vivendo un analogo dramma.

Allora, spazio alla festa e persino alla commozione. “Sappiamo che tutto ciò che è bello e grande per noi, per il nostro popolo, è oggetto di grande impegno, di grande lavoro”, ha sottolineato il card. Angelo Bagnasco ricordando i 5 anni impiegati per la ricostruzione, dal terremoto a oggi, di un’opera costata oltre 5 milioni di euro (di cui 4,4 milioni sono giunti dai fondi per la ricostruzione). E il card. Giuseppe Betori, menzionando le sue radici umbre, ha evidenziato il “grande messaggio di coraggio” che da qui viene “per la popolazione dell’Italia centrale: si può risorgere, si può rinascere”.

Ultimo atto della celebrazione eucaristica, l’incoronazione della statua di Maria Assunta, recuperata cinque anni fa dalla cattedrale ferita. Poi la festa di popolo è continuata fuori, in piazza Martiri, mentre i vescovi presenti si mescolavano tra la folla. In attesa di Papa Francesco, che domenica 2 aprile sarà in visita a Carpi e a Mirandola, la città intera – credenti e non credenti – festeggia la sua risurrezione.

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