Monache Clarisse: cosa accade quando incontriamo lo sguardo di Gesù?

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di domenica 26 marzo.

«…l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore»: sono le parole che Dio rivolge a Samuele, profeta inviato da Lui stesso presso la casa di Iesse il Betlemmita, per consacrare, tra i suoi figli, colui che sarà il nuovo re di Israele.
Cosa significa che l’uomo vede l’apparenza? Lo capiamo attraverso i protagonisti del brano evangelico di questa domenica che narra la guarigione, da parte di Gesù, di un cieco nato.

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»: i discepoli di Gesù, non riescono ad andare oltre il “dato di fatto”, hanno già schedato la situazione di cecità come frutto del peccato. Hanno questa sicurezza, ancorata alla legge antica, e non riescono a venirne fuori.

«Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina? Alcuni dicevano: E’ lui; altri dicevano: No, ma è uno che gli assomiglia»: discutono così i «vicini e quelli che lo avevano visto prima». E’ un guardare curioso fine a se stesso, senza pretesa…a loro non interessa l’uomo, ma solo il dettaglio di ciò che è successo.

Entrano, poi, in scena, i farisei: hanno davanti a loro la realtà dei fatti ma non si lasciano interrogare da quanto è accaduto, rimangono in balia di pregiudizi, problematiche, formalità, risvolti negativi ed emettono la loro sentenza su Gesù: «Quest’uomo non viene da Dio perché non osserva il sabato». Anzi, alla fine arrivano anche a negare l’evidenza: «…non credettero di lui che fosse stato cieco».

C’è il guardare dei genitori dell’uomo guarito: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Un padre ed una madre che attestano solo il passato, non si pronunciano sul presente, pur bello, pur lieto, perché li impegna in prima persona e non riescono a valutarne le conseguenze. Hanno paura!

«…ma il Signore vede il cuore»: Gesù passa in fretta perché si nasconde da chi sta cercando di lapidarlo. Ma il suo passo veloce non gli impedisce di fermarsi sul dolore di quest’uomo cieco dalla nascita, sul suo bisogno, sulla sua pena, sulla sua vergogna. Gesù vede il cuore perché il cuore dell’uomo sia salvato, perché proprio all’uomo sia restituita dignità, sia restituita vita nuova.

E cosa accade quando incontriamo questo sguardo di Gesù? Inizia un cammino, così come scrive Paolo nella sua lettera agli Efesini: «Un tempo eravate tenebra ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia, verità».

E’ un percorso verso la verità quello che compie quest’uomo guarito, salvato da Gesù.

E’ sommerso da continue domande: chi ti ha guarito? Perché? Come?

Egli, rispondendo, descrive sempre meno cosa gli è accaduto, è sempre più sintetico. E’ la sua forza che cresce: acquista coraggio, interrogato risponde, controbatte, argomenta. Non ha timore di nessuno. E’ libero, ci vede benissimo, con gli occhi e con il cuore. Il suo è un crescendo che lo fa osare ma, anche e soprattutto, traboccare perché, finalmente, sa vedere le meraviglie del Signore nella sua vita. Matura sempre più consapevolmente la propria esperienza del Signore: prima lo descrive come un uomo, poi come un profeta, infine lo proclama Figlio di Dio.

Riconosce il Signore mentre tutti gli altri rimangono fermi ad una dimensione puramente umana.

E’ l’incontro/scontro tra vedere l’apparenza e vedere il cuore!

«Io sono la luce del mondo, dice il Signore; chi segue me, avrà la luce della vita».

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