La sfida delle crisi, riflessione sulla “Amoris Laetitia” con padre Giacomelli

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Fernando Palestini

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E’ il titolo di un capitolo dell’Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” e mi piace indicarlo come base per cogliere brevemente alcuni spunti, anche profetici, che padre Giacomelli ha offerto in due sere presso la parrocchia di San Filippo Neri.

La prima sera il biblista partendo dal brano della donna adultera fa una disamina della situazione dell’amore umano: “Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

La legge di Mosè cade a pezzi, superata dalla legge dell’amore di Gesù, il quale raccoglie una realtà anche contraddittoria, di peccato, e la aiuta a trasformarsi dando un’occasione per ricominciare a camminare. Gesù non è venuto ad abolire la Legge ma a dare ad essa pieno compimento. Avendo in cuore, al posto del giudizio e della condanna, l’amore e la misericordia verso ciascuno, lo aiuteremo ad iniziare una vita nuova, gli daremo coraggio ogni volta per ricominciare.

La seconda sera padre Giacomelli ha preso in esame in modo più specifico l’esortazione apostolica evidenziandone la delicatezza e la profonda sensibilità di alcuni suoi passaggi ed in particolare i punti 232 e seguenti: “La storia di una famiglia è solcata da crisi di ogni genere, che sono anche parte della sua drammatica bellezza. Bisogna aiutare a scoprire che una crisi superata non porta ad una relazione meno intensa, ma a migliorare, a sedimentare e a maturare il vino dell’unione. Non si vive insieme per essere sempre meno felici, ma per imparare ad essere felici in modo nuovo, a partire dalle possibilità aperte da una nuova tappa. Ogni crisi implica un apprendistato che permette di incrementare l’intensità della vita condivisa, o almeno di trovare un nuovo senso all’esperienza matrimoniale. In nessun modo bisogna rassegnarsi a una curva discendente, a un deterioramento inevitabile, a una mediocrità da sopportare. Al contrario, quando il matrimonio si assume come un compito, che implica anche superare ostacoli, ogni crisi si percepisce come l’occasione per arrivare a bere insieme il vino migliore. È bene accompagnare i coniugi perché siano in grado di accettare le crisi che possono arrivare, raccogliere il guanto e assegnare ad esse un posto nella vita familiare. I coniugi esperti e formati devono essere disposti ad accompagnare altri in questa scoperta, in modo che le crisi non li spaventino né li portino a prendere decisioni affrettate. Ogni crisi nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore.” (Amoris Laetitia)

La crisi della coppia se vissuta e superata insieme porta alla costruzione di un amore più profondo. La domanda sulla crisi non è e non deve essere una domanda intorno alla colpa o al colpevole. Occorre non occultare la crisi, ma farla emergere per poterla affrontare con serenità ed umiltà e farla diventare la base per il suo superamento. La crisi quindi può diventare una opportunità, un orizzonte di cui non spaventarsi perché: “l’amore è più forte della morte”.

“La reazione immediata è fare resistenza davanti alla sfida di una crisi, mettersi sulla difensiva sentendo che sfugge al proprio controllo, perché mostra l’insufficienza del proprio modo di vivere, e questo dà fastidio. Allora si usa il metodo di negare i problemi, nasconderli, relativizzare la loro importanza, puntare solo sul passare del tempo. Ma ciò ritarda la soluzione e porta a consumare molta energia in un occultamento inutile che complicherà ancora di più le cose. I vincoli si vanno deteriorando e si va consolidando un isolamento che danneggia l’intimità. In una crisi non affrontata, quello che più si compromette è la comunicazione. In tal modo, a poco a poco, quella che era “la persona che amo” passa ad essere “chi mi accompagna sempre nella vita”, poi solo “il padre o la madre dei miei figli”, e alla fine un estraneo.” (Amoris Laetitia cap. 233)

Le nostre comunità dovrebbero aiutare a superare le difficoltà e le sofferenze delle persone. La comunità nasce anche per mettere insieme le nostre paure, le nostre debolezze. E l’accompagnamento pastorale alle coppie in crisi deve farsi vicino, realistico, incarnato e non giudicante. E in questo contesto Giacomelli pensa che proprio che è più in difficoltà ha maggiormente bisogno dell’Amore di Cristo e di potersi nutrire del suo corpo. Dio si è incarnato e il modo di Dio di mostrarsi oggi è la vita concreta e qui nasce la responsabilità di tutti: dai sacerdoti ai laici, alle famiglie, ai vicini di casa di chi vive una lacerazione a tutta la comunità ecclesiale. Occorre quindi accostarci alle crisi matrimoniali con uno sguardo che non ignori il loro carico di dolore e di angoscia.

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