Monache Clarisse: viviamo la vera vita

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di ieri, domenica 12 marzo.
Scrive Paolo a Timoteo: «[Dio] ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia».

E’ l’esperienza che vive Abramo e che leggiamo nella prima lettura tratta dal libro della Genesi. Il Signore chiama Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre…».

E’ la richiesta di “separarsi”, allontanarsi da qualcosa che è suo o che lo possiede … verso che cosa?
«…verso la terra che io ti indicherò»: una rottura per andare incontro a qualcosa che non rientra nell’ordine del proprio possesso, dell’appropriazione.

E con quale scopo o risultato?
Al posto della sua terra, Dio gli farà vedere un altro paese; invece di rimanere ripiegato sulla sua parentela, sulla sua origine, diventerà, attraverso la sua discendenza, una grande nazione; al posto del nome ricevuto, nome che lo “racchiudeva” nella casa del padre, riceverà un grande nome, tutto suo! «Farò di te una grande nazione […], renderò grande il tuo nome…».
In aggiunta, gli verrà data la benedizione divina: «…ti benedirò…».

Ma non andava bene la vita che Abramo conduceva? O…perché questo privilegio e questa abbondanza di bene solo per un uomo?
Continuiamo a leggere: «… e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».
Quello che Dio ha in mente, non si ferma ad Abramo. La promessa ricevuta definisce i termini di una missione a cui è chiamato: essere portatore della benedizione, del “bene-dire” di Dio a tutta l’umanità.
«Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore»: Dio stringe alleanza con l’uomo, un’alleanza per la vita che non verrà mai meno. E Abramo acconsente al desiderio di vita di Dio per lui e per ogni essere umano.
Ce lo ricorda anche il Vangelo narrandoci la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. Gesù ha appena annunciato ai suoi discepoli che «…doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Di fronte allo sgomento dei suoi, Gesù trasfigurato viene a ricordare loro e a ricordarci che la passione, la morte, non è l’esito della storia ma lo è la resurrezione.

La promessa di Dio, portata a compimento attraverso suo Figlio, continua ad essere una assicurazione di vita, così come è stato con Abramo. Gesù trasfigurato ci parla di un Dio che, come scrive San Paolo, «ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo».

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»: è proprio l’adesione a questa Parola, come vi ha aderito Abramo all’inizio della sua storia di esperienza e conoscenza del Signore, che ci dà garanzia di vera vita e piena benedizione.

«Alzatevi e non temete»: con questa certezza viviamo il cammino quaresimale verso la Pasqua di resurrezione, verso la Vita!

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