Lettere al direttore: “Sammenedette jè lu paese piò bbille de lu monne, ma la bellezza va curata, se non si vuole che presto sfiorisca”

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Tra le tante richieste pervenute alla posta «Lettere al Direttore», mail settimanaleancora@gmail.com, nella settimana appena scorsa hanno risentito della tragedia familiare che ha buttato nel lutto, chi per un verso chi per un altro, tutta la città.
Il fatto in se stesso era di difficile interpretazione con grande disorientamento generale.
Si notava una certa stizza nei confronti dei mass media e delle Autorità, per le poche ed incerte notizie, quasi restii a farle conoscere.

Direttore Pompei risponde: Di fronte ad una situazione del genere qualcuno ha avvertito la mancanza di conoscenza tra la gente, conseguenza di una crescita improvvisa della nostra città.
Rubando un’espressione liturgica possiamo dire che siamo «un gregge senza pastore», le Amministrazioni che si sono succedute dopo il passaggio del fronte durante l’ultima grande guerra, preoccupate di rendere grande la nostra città, hanno pensato più a costruire e in qualche modo ad arricchire la popolazione che a renderla più omogenea . Mancano spazi per stare insieme
Nella nostra città, tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, nella parte centrale, si era costruito con un certo stile, molto liberty, e le ville erano circondate da ampi giardini: polmoni di verde ad arieggiare anche le umide abitazioni popolari che avevano preso posto nei secoli precedenti sui “relitti di mare”. Se tutto questo fosse rimasto, oggi potevamo far mostra di un ambiente storicamente interessante ed originale.
Alle devastazioni della guerra sono susseguite quelle della ricostruzione con quella fame di case che ha autorizzato qualsiasi scempio, lasciandoci una città scialba con case a scatoloni. Ma ormai il danno è stato fatto e potrebbe restare nel dimenticatoio se non fosse che la lezione non è stata compresa tant’è che si continua a demolire e costruire allo stesso modo. Si stanno riempiendo tutti gli spazi, portando la nostra città prossima al soffocamento. Molte sono le strade in cui il traffico rischia la paralisi. Non c’è posto più neppure per i pedoni con le macchine che parcheggiano sui marciapiedi. Si continua con la politica de lu fecchere, si ruota sempre intorno alle stesse cose, dimenticando le molte piccole che però rendono l’ambiente accettabile e vivibile.
Bisogna uscire dalla mentalità che il nostro turismo vive solo dalla ferrovia al mare, per cui si continua a progettare solo in quella direzione.
Se verso la collina la città “scoppia”, il disagio si riflette su tutto il territorio. La città, ad attraversarla tutta da nord a sud, si estende per chilometri e così da est ad ovest, non si può più allora accettare che si continui ad operare solo sul centro dove sono invogliate migliaia e migliaia di persone con il risultato che, nei giorni di festa non si riesce più neppure a passeggiare. Occorre pensare ad un decentramento, creando servizi rionali e luoghi di incontro per poter così usufruire anche di tutti quegli spazi verdi che messi su in fretta e furia, restano sistematicamente vuoti.
Nella nostra città non si respira più non tanto e soltanto per le polveri sottili, quanto per mancanza di spazio. E si vive nella tragedia quotidiana di una strada nazionale sempre intasata e sempre a rischio, di un parcheggio impossibile principalmente presso i palazzi pubblici, presso le scuole. E il tutto si accentua nei giorni di pioggia e di freddo fino a tramutarsi in una nevrosi collettiva.
Il povero forestiero che si avventura nel nostro centro urbano, viene a trovarsi in un labirinto e certamente non può fare affidamento sui pochi cartelli indicatori mal distribuiti e poco visibili. Uffici di informazione sono diventati merce rara in una città a vocazione turistica che dovrebbe averne dislocati almeno presso i punti nevralgici della città.
E’ vero, siamo un porto di mare, in cui tutti hanno avuto la possibilità di approdare, non rendiamo questa città un Far West in cui tutto è permesso. E’ necessario ripristinare l’amore che i nostri padri hanno avuto per questa città e trasmettere questo sentimento specialmente alle nuove generazioni. Solo così si potrà sperare in quel salto di qualità da tutti auspicato.
Se non si mettono da parte tanti piccoli e provinciali egoismi, non si riuscirà mai ad avere una visuale ampia, degna di una città in progresso. E’ vero; Sammenedette jè lu paese piò bbille de lu monne, ma la bellezza va curata, se non si vuole che presto sfiorisca.

Alla lettrice che ha scritto: “…in merito alla figura di San Gabriele le domando: lui che era umile, uomo semplice caritatevole, vero santo…che c’entra con la chiesa?”. Dopo un po’ di perplessità, mi sono ricordato di quanto scrisse il vescovo Chiaretti come prefazione alla mia modesta biografia del Venerabile Padre Giovanni dello Spirito Santo ( al secolo Giacomo Bruni) le cui spoglie sono sepolte nella pievania della nostra città e imitò perfettamente il confratello Gabriele, morto giovanissimo come lui e dello stesso ordine religioso.” La santità non sta nel clamore del gesto magniloquente, che desta stupore e ammirazione, ma sta ne fare straordinariamente bene le cose ordinarie di tutti i giorni nell’accettare l’insostituibile magistero della croce di Gesù Cristo, nell’obbedire- con lo spirito della beatitudine- alla volontà di Dio”.

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