Politica: l’Italia continua ad essere il malato d’Europa dal punto di vista partitico

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Stefano De Martis

“L’Italia continua ad essere il malato d’Europa dal punto di vista politico-partitico”. Gianluca Passarelli, docente di Scienza politica alla Sapienza di Roma, propone in questa intervista un’analisi “di sistema” severa, ma anche propositiva, della situazione politica italiana, a partire dalla cronache di questi giorni.

Come valuta la vicenda della scissione nel Partito democratico e soprattutto il suo impatto sul sistema politico italiano?
La vicenda richiama il ritardo della sinistra in Italia, che sconta un conflitto non del tutto sopito tra due visioni. Non solo quelle delle due famiglie politiche – la cattolica e la social-comunista – che hanno dato luogo al Pd, quanto soprattutto quelle dell’area riformista e dell’area rivoluzionaria. Un conflitto che ha radici storiche lontane e che negli altri Paesi europei è stato da tempo superato, nel bene e nel male, mentre da noi scatta ancora come una sorta di riflesso condizionato. E ciò ha delle conseguenze non soltanto su quel partito in sé, ma sull’intero sistema dei partiti, perché anche gli sfidanti non sono spinti a modernizzarsi. Lo vediamo sul versante di Forza Italia e della Lega e dello stesso Movimento 5 Stelle, che così ha gioco facile a cavalcare i suoi temi. Un buon sistema è invece quello con una forza di governo responsabile sfidata da un’opposizione altrettanto responsabile e moderna.

Il sistema che lei tratteggia è un sistema bipolare. Adesso però in Italia i poli sono almeno tre e anche il sistema elettorale che al momento ci ritroviamo non incoraggia il bipolarismo, anzi.
Sì, è vero, ci sono tre poli elettorali, politici e in una certa misura anche sociali. Non è una novità neanche in Europa. In Francia la tripartition c’è almeno da quarant’anni e non bisogna dimenticare che già nelle presidenziali del 2002 Le Pen arrivò al ballottaggio. Ma non è questione soltanto di sistema elettorale. Siamo di fronte a una componente minoritaria ma influente della classe dirigente che per conservare la propria rendita di posizione preferisce un sistema in cui sia necessaria una negoziazione continua tra i capi invece che una chiara dialettica tra maggioranza e opposizione. In questo senso l’Italia continua a essere il malato d’Europa dal punto di vista politico-partitico.

E come la mettiamo con l’emergere dei populismi? Si tratta di un fenomeno complesso e dalle radici sociali e culturali profonde, ma anche il sistema politico ha grandi responsabilità.
Il punto è proprio quello a cui accennavo prima. Se la dialettica politica viene assorbita dai problemi interni della classe dirigente, se invece che a una battaglia di idee sulle grandi questioni sociali si assiste a una disputa personalistica con risvolti persino psicologici – e anche le ultime vicende del Pd purtroppo si collocano in questa tendenza più generale – allora cresce il disincanto dei cittadini nei confronti delle istituzioni e il risultato è un indebolimento dei sistemi democratici. E’ in questo contesto che emergono i populismi. L’alternativa non può che essere quella di mettere al centro della politica le grandi questioni del nostro tempo e di cercare di dare delle risposte responsabili e realistiche a tali questioni. Mi riferisco per esempio al lavoro, alle migrazioni, all’ambiente.

Alcuni analisti e anche alcuni esponenti politici sostengono che oggi la vera dialettica politica si giochi tra “sovranisti” (un tempo si sarebbe detto nazionalisti) ed europeisti, non più tra destra e sinistra. Lei è d’accordo?
Ritengo che a livello di valori la distinzione tra destra e sinistra abbia ancora un senso. Anche dagli studi che vengono compiuti emerge come i cittadini sappiano dove collocarsi in un ipotetico continuum tra destra e sinistra. Il nodo problematico è non fare di questo il solo elemento identitario. Conta soprattutto il tipo di risposte che si danno ai problemi.

Intanto si discute molto della data delle elezioni, ma c’è il fortissimo rischio che dopo il voto formare un governo sarà un rebus.
Al di là della data, mi domando con quali leggi elettorali andremo a votare. Una parte dei problemi sarebbe stata superata con la riforma costituzionale, che forse ne avrebbe creati degli altri, ma almeno avrebbe eliminato quel quasi unicum del nostro sistema che è il bicameralismo paritario, in virtù del quale entrambe le camere devono dare la fiducia al governo, anche se poi basta che una la tolga per farlo cadere. Una situazione aggravata dal fatto che gli elettorati di Camera e Senato sono diversi per i requisiti di età e che al Senato l’attribuzione dei seggi avviene su base regionale. Il che rende assai improbabile che dalle urne escano  maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento, tanto più con i sistemi in vigore. E io purtroppo non vedo una gran voglia di modificare le leggi elettorali…

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