La vicenda di Fabiano Antoniani e le logiche della comunicazione

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Di Adriano Fabris

Da giorni la notizia di apertura di Giornali Radio e di Tg è quella relativa alla scelta per il suicidio assistito fatta da Fabiano Antoniani. Antoniani aveva chiesto di morire perché costretto a una condizione di vita estremamente dolorosa, in quanto tetraplegico e cieco dal 2014 a seguito di un incidente stradale. Per mettere in atto la sua decisione ha dovuto essere accompagnato in Svizzera, perché la legge italiana non permette il suicidio assistito. Da tempo il Parlamento italiano è chiamato a legiferare in merito.

Fin qui ho cercato di descrivere i fatti. Poi su questi fatti vanno svolte le inevitabili interpretazioni, compiuti i necessari approfondimenti ed elaborati i criteri, validi per tutti, per orientare le concrete decisioni.

Sul piano comunicativo vi è dunque – o vi dovrebbe essere – una chiara distinzione fra la notizia in quanto tale e il modo in cui la notizia può essere presentata e utilizzata. Anche in questo caso, però, le cose purtroppo non sono andate così.

La scelta di Fabiano Antoniani è stata spettacolarizzata. Fabiano Antoniani è divenuto per tutti, ad esempio, DJ Fabo, anche se l’attività di disk jockey è stata solo una di quelle da lui svolte. La sua voce – che, a tratti incomprensibile, ma opportunamente sottotitolata, esprimeva grandissima sofferenza – è stata riprodotta a ripetizione. Il suo volto, la sua immagine, sono stati utilizzati senza pudore.

Perché è accaduto questo?

La risposta, dal lato degli organi d’informazione, è facile: per avere la notizia di apertura, per attirare l’attenzione di un pubblico sempre più distratto. Non è la prima volta che spettacolarizzare il dolore ha questo scopo. Pensiamo alla foto del corpo del piccolo Aylan, abbandonato su una spiaggia della Turchia. Invece dal lato dei sostenitori di una tesi specifica, quella della liceità del suicidio assistito, la spettacolarizzazione di questa vicenda serve a creare consenso. In ciò vi è sinergia con gli interessi di certi organi d’informazione. E come si crea questo consenso, soprattutto oggi? Facendo leva sui sentimenti: allo scopo d’indirizzare l’opinione pubblica e, in tal modo, indurre i decisori a elaborare determinate regole.

È il modo in cui funziona la comunicazione oggi. Ogni messaggio dev’essere semplificato. Deve colpire, deve suscitare emozioni.

La semplificazione serve a influenzare, a incidere sulle coscienze: non a far ragionare, non a suscitare un dibattito che serva a prendere decisioni ponderate e condivise. Il modello di riferimento è la comunicazione pubblicitaria. La pubblicità, infatti, non serve per riflettere sull’utilità di un prodotto, ma per invogliare al suo acquisto.

In questo caso, però, tale modello non vale.

Anche riguardo alle decisioni sul fine vita non si tratta affatto, se ci pensiamo bene, di convincere qualcuno o di far prevalere surrettiziamente una parte, ma di favorire l’elaborazione di una legge adeguata, da troppo tempo attesa: una legge che sia rispettosa delle varie esigenze in campo e che regolamenti in maniera corretta casi particolari anche molto diversi fra loro. A questo scopo è necessario suscitare un dibattito pubblico all’altezza della complessità delle questioni. I mezzi di comunicazione, lungi dal dover essere utilizzati come cassa di risonanza per i sostenitori di questa o di quella tesi, sono chiamati a rendere possibile questo dibattito, e a far sì che esso si sviluppi in maniera corretta. È questo infatti, o dovrebbe essere questo, il loro ruolo. Ne va della democrazia nel nostro Paese.

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