Pastorale giovanile: “Educatori non si nasce ma si diventa”

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Di Daniele Rocchi

“Non si ingaggia un educatore solo per completare l’organigramma pastorale della parrocchia, a mo’ di tappabuchi. Spesso si assume il ruolo dell’educatore senza avere competenze specifiche. Questo non ci deve scandalizzare: l’educazione è in effetti un compito diffuso, per il quale spesso non ci si sente pronti”. In altre parole

“educatori non si nasce, si diventa”.

Non usa mezzi termini don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile (Snpg), nel tracciare il bilancio del XV convegno nazionale degli incaricati di pastorale giovanile che si chiuso ieri a Bologna, con un pellegrinaggio alla Madonna di san Luca.

Presente per la nostra diocesi, Marco Sprecacé animatore del progetto Policoro.

La scelta del tema “la cura e l’attesa” poneva come obiettivo principale dei lavori “capire il ruolo centrale della figura dell’educatore che non si autogenera ma si costruisce attraverso un sistema educativo integrato che prevede il passaggio dal fare l’animatore all’essere educatore”. “Gli educatori – ha detto don Falabretti agli oltre 700 partecipanti da 165 diocesi italiane – non si trovano mai già pronti, ma si formano attraverso un’esperienza riflessa che richiede di investire tempo e risorse”.

Incarico e delega. Dall’ascolto degli interventi dello psichiatra Vittorino Andreoli, che ha parlato della fragilità dell’educatore intesa non come debolezza ma come forza della relazione, di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena, e della pedagogista Chiara Scardicchio, che hanno ricordato che “un buon educatore dei giovani agisce a nome della comunità e non da solitario”, è emersa, per don Falabretti, un’ulteriore conclusione: “l’incarico e la delega agli educatori dovrebbero essere dati dalla comunità con prudenza. Questa deve chiedere conto ai suoi educatori a proposito di ciò che stanno facendo con i figli di tutti.

Il rischio più alto per un educatore è proprio quello della solitudine, soprattutto nelle situazioni più critiche ed è la fonte di errori che potrebbero, nel tempo, risultare fatali. Il mandato educativo non deve diventare un piccolo centro di potere. Le faccende educative devono arrivare sul tavolo dei consigli pastorali parrocchiali e diocesani”.

Ciò implica “la tessitura di legami e alleanze. Anzitutto fra gli educatori che appartengono alla comunità: catechisti e allenatori sportivi, animatori ed educatori devono sentirsi sulla stessa barca. Ma non solo: la comunità cristiana non può considerarsi l’unico riferimento dei ragazzi stessi che frequentano molti altri luoghi e agenzie educative del territorio. Con le quali serve un’apertura di credito che inizi scambi e dialoghi sinceri”. Tenere aperte azioni di pastorale educativa giovanile significa, pertanto, “riaprire ogni giorno un laboratorio di umanesimo, dove l’esperienza dello stare insieme, della condivisione e dell’ascolto, diventa tesoro prezioso”. A riguardo significativo appare il contributo degli oratori, come dimostrato dalla ricerca Ipsos presentata al convegno da Nando Pagnocelli, presidente e amministratore delegato di Ipsos Italia e da Marco Moschini, dell’università di Perugia. Per la ricerca l’oratorio è “uno strumento pastorale strategico poiché consente alla Chiesa di svolgere la sua vocazione educativa”.

Prospettive. Ma occorre guardare avanti. Decisivo, ha aggiunto il Responsabile del Snpg, sarà “cercare nuovi linguaggi per parlare di valori, abitare il contesto della complessità odierna, armarsi di pazienza e pensare di offrire senso e valori attraverso la condivisione e la rilettura di esperienze. Costruire esperienze di senso.

I giovani, quando coinvolti, sanno sorprendere”.

Il Sinodo sui giovani del 2018, come anche la Gmg di Panama, rappresentano tappe di un cammino che “gli adulti sono chiamati a fare nei confronti delle nuove generazioni e che chiede un cambiamento di sguardo:

è necessario esercitarsi a sospendere il giudizio e ogni forma di generalizzazione indiscriminata. Soprattutto abbiamo bisogno di non inquadrare i giovani attraverso uno specchietto retrovisore, applicando a loro le categorie che andavano, forse, bene per noi adulti”.

C’è da riprendere la staffetta.

“I giovani non sono vuoti e non sono da riempire,

ma sono da accogliere come fratelli, da ascoltare e da interrogare, prima che da giudicare e intruppare in qualche percorso che riteniamo indispensabile per la loro vita. E dunque è urgente – ha concluso don Falabretti – che accanto a loro ci siano adulti in umanità e nella fede che non si ritraggano, abdicando al dovere di non presentarsi come degli eterni adolescenti, imprigionati dal mito di una giovinezza che passa per tutti. L’educatore è chiamato a consegnare il testimone, portando un’esperienza degna di essere raccontata e vissuta non come buon esempio da clonare, ma come esemplarità capace di attivare altre esperienze, altrettanto buone. Un adulto che passa il testimone trasmettendo un’eredità autenticamente animata dal desiderio di Senso”.

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