Le divisioni del Pd, il centro-destra in stallo e il collettore M5S

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Di Stefano De Martis

“L’ennesimo psicodramma della sinistra che continua sistematicamente a farsi del male”. Roberto Cartocci, ordinario di scienza della politica all’Università di Bologna guarda con preoccupazione a quanto sta avvenendo nel Pd. “Vedo un sistema politico sempre più sfilacciato – dice al Sir – e il fatto che il partito che di fatto è il perno del sistema sia sottoposto a questi scossoni è un problema per il sistema politico in quanto tale”. E rischia di esserlo anche per la tenuta del governo in carica.

Centro-destra in stallo. La storia politica italiana, sostiene Cartocci, dimostra che “paradossalmente le insufficienze della sinistra producono innovazione politica perché il vuoto che viene lasciato viene riempito da qualcun altro”. È accaduto così anche nella prima metà del secolo scorso e, in tempi a noi vicini, prima con Berlusconi e adesso con il Movimento 5 stelle, che secondo Cartocci non è paragonabile semplicisticamente agli altri partiti europei che vengono accomunati sotto il segno dell’“antipolitica”, perché è “un collettore della protesta” di natura e dimensioni diverse. Peraltro, aggiunge il politologo, anche sul versante del centro-destra il sistema è in stallo, dato che “il berlusconismo non è riuscito a esprimere un erede” e la Lega non fa che “scimmiottare” quel che vede fare negli altri Paesi europei da parte delle forze che ritiene vicine. Insomma un quadro “estremamente frammentato e di forte polarizzazione”.

Politiche di lungo respiro. Tornando al Pd, Cartocci registra con amarezza che il dibattito ha avuto “molto poco a che fare con l’agenda che dovrebbe avere in testa chi si candida a guidare il Paese”. Un Paese che arranca, che cresce pochissimo e che se non riesce ad agganciare una vera ripresa rischia “un vero e proprio declino”. Ed è su come si esce da questa impasse che non solo dentro il Pd, ma anche sulla scena politica complessiva che dovrebbe avvenire il confronto e la competizione tra i diversi soggetti in campo. Senza scorciatoie demagogiche che non tengano conto delle risorse realmente disponibili, del debito pubblico accumulato e dei vincoli internazionali a cui non possiamo sottrarci senza pagare un prezzo ancora più alto.

“Occorre un grande senso di responsabilità”, afferma Cartocci, e “la capacità di costruire politiche di lungo respiro”.

E qui torna il discorso sul sistema. Il confronto con gli altri Paesi europei, infatti, mostra che in quei contesti i leader di governo restano in carica un numero congruo di anni e possono impostare politiche di questo tipo, mentre da noi si paventa subito “l’uomo solo al comando” e si evocano addirittura “rischi autoritari”, come “se la democrazia fosse non prendere decisioni”.

Coalizioni. Il politologo bolognese parla della riforma costituzionale come di un’occasione mancata perché, pur con tutti i suoi limiti, avrebbe aiutato il Paese a fare “un salto nella modernità”, e giudica un errore di Renzi aver scelto la via del referendum, forzando la situazione. “Si sarebbe potuta fare una riforma migliore e con un consenso parlamentare più ampio – sostiene Cartocci – e questo avrebbe evitato un referendum che è diventato il catalizzatore di tutti gli oppositori del capo del governo”. Ma il referendum c’è stato, gli italiani si sono espressi e non si può che prendere atto delle conseguenze, tra cui il politologo colloca indirettamente anche il rifiuto della logica maggioritaria, che vede gli elettori scegliere o quantomeno indicare anche il governo.

“C’è una parola – sottolinea – che sembrava passata di moda ed invece è tornata a risuonare con frequenza nel dibattito politico ed è ‘coalizione’”. Del resto, se si andrà alle urne con un sistema fondamentalmente proporzionale è inevitabile che la maggioranza di governo dovrà essere frutto di un accordo tra partiti diversi.

Non che questo sia in sé un male assoluto, ma l’esperienza italiana ci dice anche dei problemi che la logica della coalizione comporta. “Rischiamo di rivedere un film già visto”, avverte Cartocci, che ricorda le fasi in cui i governi avevano vita molto breve ed erano continuamente esposti ai veti incrociati e al potere d’interdizione anche di forze dalla rappresentanza parlamentare esigua.

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