Tangentopoli, 25 anni dopo: il germe della corruzione non è stato ancora vinto

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Di Fabio G. Angelini

A venticinque anni dall’inizio di tangentopoli è lecito chiedersi perché quella stagione che ha così profondamente segnato la storia del nostro Paese non ha prodotto analoghi risultati sul fronte della creazione di quegli anticorpi necessari per estirpare alla radice il germe della corruzione che si annida tanto nella gestione della cosa pubblica quanto nei rapporti tra privati.
Quella stagione, piena di luci così come pure di ombre, ha provocato il parziale azzeramento di una classe dirigente, la nascita di una nuova offerta politica, di nuove alleanze e di riforme importanti come la separazione tra politica e amministrazione. Ma non è certamente riuscita a provocare quel cambio di mentalità necessario per rendere la nostra società più giusta e rispettosa della dignità della persona.

La pervasività di una mentalità corrotta si traduce in una cornice istituzionale di tipo estrattivo che, a sua volta, rappresenta la cartina di tornasole di una società ingiusta e incapace di guardare al bene comune.

La corruzione, anteponendo sistematicamente l’interesse di pochi e la tutela delle rendite di posizione alla ricerca del bene comune e incidendo sul corretto funzionamento delle istituzioni politiche ed economiche, produce una sottocultura che si traduce in un ordine sociale a sua volta corrotto, che compromette lo sviluppo materiale, sociale e spirituale di un popolo provocando ingiustizie e povertà. Quando ciò accade, quando cioè l’egoismo e la sopraffazione dei più deboli divengono i principi cardine su cui si regge la convivenza sociale in quello che chiamiamo il circolo vizioso delle istituzioni estrattive,

è la persona a rimanerne ostaggio, provocando in essa rassegnazione e umiliazione.

La stagione di tangentopoli ha alimentato (alimentandosi a sua volta, di) un senso di ribellione e di rivalsa nei confronti delle istituzioni che, per certi aspetti, ha molti tratti in comune con quel sentimento di antipolitica e di rifiuto dell’establishment che si riscontra ormai in tutte le democrazie occidentali. Un sentimento però da cui non poteva scaturire una diversa visione della partecipazione responsabile della persona alla comunità, a sua volta capace di dar vita ad istituzioni politiche ed economiche inclusive. Esso si è perciò tradotto nella mera sostituzione di una classe dirigente con un’altra, non necessariamente migliore della prima, riducendo così quella stessa stagione nei confini di una vicenda giudiziaria e di conflitto tra poteri dello stato.

La dottrina sociale della Chiesa (DSC) affronta il tema della corruzione nella sua dimensione più ampia, riferendosi a qualsiasi forma di disumanizzazione dei meccanismi di convivenza sociale che, negando la dignità dell’uomo e la sua natura relazionale, comporti conseguenze negative su quel bene morale che è la fiducia, ovvero, sull’aspettativa che tutti si comportino secondo certi valori morali condivisi.

Al contrario, si continua a guardare alla corruzione come un problema squisitamente amministrativo e giudiziario, incoronando di volta in volta sceriffi e giustizieri, diffondendo un clima di sospetto e di sfiducia e, così facendo, riducendo anche le politiche anticorruzione a strumento estrattivo anziché inclusivo.

Ci si dimentica che all’opposto della corruzione v’è la fiducia che, a sua volta, è strettamente connessa all’esercizio delle virtù umane. La DSC indica proprio in esse la via per rafforzare e coltivare quel capitale sociale ritenuto essenziale per lo sviluppo di una società autenticamente umana, capace di contrastare efficacemente l’idolatria dell’individuo. Ove c’è corruzione non può esserci fiducia e una diffusa “mentalità di corruzione pubblica e privata” si traduce inevitabilmente in una cornice istituzionale di tipo estrattivo e, in definitiva, in un disvalore economico che è certamente un freno allo sviluppo economico e sociale e, nei casi più gravi, una causa strutturale di sottosviluppo.

L’insegnamento sociale della Chiesa contrappone perciò alla corruzione la via dell’umiltà contro la sopraffazione del prossimo, dell’inclusione contro l’egoismo, secondo una visione che rinvia nello stesso tempo ad una dimensione individuale e ad una istituzionale.

La risposta alla corruzione non può, dunque, essere né l’antipolitica, né una diffusa sfiducia nelle istituzioni, bensì, un modello istituzionale inclusivo, democratico e aperto, che favorisca la partecipazione ai processi decisionali e la contendibilità delle opportunità, quale presupposto stesso di un’ecologia umana. Quello offerto dalla DSC rappresenta un modello che si basa sull’indissolubile legame tra la sfera istituzionale e quella individuale, ove la prima completa e rafforza la seconda e viceversa ed in cui le istituzioni sono in grado di promuovere la trasformazione delle virtù individuali in un solido ordine sociale capace di fare da argine alla corruzione e ad ogni forma degenerativa del potere.

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