“La cura e l’attesa” Marco Sprecacé al XV Convegno nazionale di pastorale giovanile

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DIOCESI – Come deve essere un “buon educatore”? È la domanda con cui si confronteranno 700 incaricati di pastorale giovanile, rappresentanti di movimenti, associazioni e congregazioni religiose provenienti da oltre 150 diocesi italiane fino al 23 febbraio. Per la diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto è presente Marco Sprecacè, AdC del Progetto Policoro.
“La cura e l’attesa” è il titolo del XV convegno nazionale di pastorale giovanile, organizzato dal Servizio per la pastorale giovanile della Cei.
“Obiettivo della tre giorni di lavori è costruire il profilo e le competenze dei buoni educatori, affinché i temi legati alla pastorale giovanile non rimangano in una sorta di ‘limbo’ che si limita a definire un orizzonte senza tracciare una strada capace di raggiungerlo.

E allora come deve essere un ‘buon’ educatore? Un adulto in grado di stare accanto ai ragazzi con la consapevolezza e la preparazione del caso, perché è attorno alla sua preparazione che si gioca l’emergenza educativa”.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli ieri, lunedì 20 febbraio ha provato a a indicarne le caratteristiche in apertura del convegno.

“Io mi occupo di matti”, ha esordito Andreoli. “Qui lo sapevano ma mi hanno detto che posso lasciare a casa il camice bianco perché qui non ci sono sintomi”.
“Io sono uno psichiatra che si occupa di un tipo particolare di sofferenza che però non è così lontana dalla sofferenza di cui si occupa un educatore- ha continuato Andreoli. Anche io, vedete, mi occupo di cura nel senso di occuparsi dell’altro. La cura è diversa dalla terapia. La terapia è occuparsi di un sintomo, di un organo che non va. La cura, la pre-occupazione si riferisce all’uomo tutto intero non ad un organo. Io amo l’uomo tutto intero ed è a lui che dobbiamo dare la nostra cura”.
In questa ottica, Andreoli pone l’accento sulla relazione che è fondamentale nel processo educativo e in quello di cura verso l’altro.
“L’educatore non è uno status. Non è una caratteristica che presa singolarmente fa di ciascuno di noi un educatore, proprio come qualità. L’educatore lo si vede solo nelle relazioni che ha con coloro che devono essere “allevati”. È in questo rapporto tra allievo e maestro (di vita) che emerge questa abilità. Nel dialogo non c’è uno o l’altro, ma un insieme che si interrelazione. Da qui l’importanza di ciò che emerge dal dialogo. L’educazione è ciò che emerge dalla relazione”.
Poi Andreoli ha proseguito parlando di crisi educativa che è crisi degli adulti:“Il mondo degli adulti è in crisi, ma crisi è un contenuto dell’educazione. Non pretendiamo adulti senza crisi ma adulti anche in crisi che sappiano, nonostante ciò, trasmettere principi fondamentali che sono quelli della vita su questa terra. Un uomo che è in crisi, sbaglia, ma anche l’errore può servire”.
“Gli adulti sono in crisi perché parte di una società che sta regredendo verso l’uomo pulsionale – ha spiegato Andreoli – ovvero l’uomo che vive di istinti, di libido, di impulsi improvvisi non frenati, né regolati da alcuna inibizione. E ciò perché i freni, ossia i principi non ci sono. Ma la crisi non è incompatibile con l’educare. L’educatore è uno che deve continuamente essere educato ed educare vuol dire continuamente educarsi, sentire che c’è interesse per l’altro, dedicarsi all’altro. In opposizione al dominio dell’egocentrismo di oggi e al virus del potere. La risposta – ha concluso – sta nella fragilità. Usare il potere della fragilità come mezzo per avere bisogno dell’altro. Non siamo deboli ma fragili e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro. Si differenzia dal potente che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il potere è stupido, è la più grande malattia sociale. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, dona forza per vivere. Guai al superbo che pensa di potere tutto”.

La prima giornata di lavori si è conclusa con la Santa Messa presieduta dal segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino. Nella sua riflessione mons. Galantino è partito dal recente fatto di cronaca del sedicenne Giò, suicidatosi a Lavagna qualche giorno fa, e dal tormento della madre. “Chissà quante lacrime miste a impotenza avrà versato prima di chiedere aiuto”, ha osservato. “Oggi – ha proseguito – accettare il compito educativo significa – anche – incontrare una fragilità che appare sempre più pervasiva, dilagante e angosciante. Non vogliamo certo essere pessimisti e pensare l’educazione solo in termini drammatici; ma non vogliamo nemmeno essere ingenui e chiudere gli occhi sulle fatiche di crescere oggi”. “Ho paura di quei preti e di quei vescovi che non sanno sopportare la fragilità. Ho paura di questa gente che ha escluso la fragilità dalla loro vita”, ha aggiunto il segretario generale della Cei, sottolineando come ci siano “persone e anche qualche movimento ecclesiale che creano isole di duri e puri. Da dove viene tutta questa presunzione? Attenzione a fare i maestrini perché i ragazzi se ne accorgono e vanno via, vanno altrove”.

“Siate persone che vivono la cura nei confronti dei giovani come un’esperienza di fede pasquale. Soltanto se riuscirete a guardare al vostro compito con la speranza nella vita e con gli occhi del Risorto, ne sarete testimoni credibili; guardando ai vostri giovani con gli occhi di Gesù. Che il Signore vi doni – prima di ogni carisma educativo o di ogni capacità di intrattenimento – di avere questo sguardo di misericordia: è l’unico capace di pazienza, di ascolto e di attesa. È l’unico che, davvero, crede nella vita e la fa crescere nella storia. La cura e l’attesa” si è rivolto agli oltre 700 partecipanti provenienti da 165 diocesi. Per il vescovo “la sfida più grande che abbiamo è trasformare la fragilità dei giovani in ‘luogo teologico’ di annuncio della salvezza. Quante volte mi è capitato di sentire (anche quando ero parroco) le lamentele di chi avrebbe voluto incontrare solo ragazzi e giovani già formati, pienamente inseriti in una vita di fede. La più classica delle espressioni è quella di chi si lamenta così: ‘Non sanno fare nemmeno il segno della croce’”. Da qui l’esortazione a guardare ai giovani “con gli occhi di Gesù”. “Il Signore – ha concluso – vi doni di essere segno di ascolto profondo, di avere un cuore pieno di compassione per le fatiche a cui va incontro ogni figlio di questo mondo nello sforzo di crescere e diventare grande”.

La riflessione proseguirà oggi, martedì 21 con la relazione pastorale affidata a mons. Erio Castellucci, vescovo di Modena, sul ruolo della comunità cristiana nell’azione educativa, mentre la pedagogista Chiara Scardicchio disegnerà la figura dell’educatore.
Domani, mercoledì 22, verrà presentata la ricerca sugli oratori italiani, a cura di Nando Pagnoncelli e Marco Moschini. A chiusura, don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, presenterà una proposta di cammino in vista del prossimo Sinodo sui Giovani. Giovedì 23 pellegrinaggio alla Madonna di san Luca e messa finale presieduta da mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna. Sarà possibile seguire il convegno anche in diretta streaming sul canale you tube

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