Fine vita: il bene della vita umana e la salute

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Di Maurizio Calipari

L’ambito del fine-vita continua a tenere banco nel dibattito pubblico, riproponendo interrogativi e perplessità. Di fronte a questa realtà umana, ogni cittadino (che ne abbia la capacità) dovrebbe rivendicare il diritto – ma anche assolvere il dovere – di elaborare un proprio motivato giudizio sulle varie problematiche connesse agli interventi medici e assistenziali in questa fase della vita.

Ciò che esiste davvero sono le persone umane viventi, con un volto, un nome e una storia unica ed irripetibile.

Dunque, anche se per comodità terminologica continuiamo a riferirci alla vita umana, non bisogna mai dimenticare che stiamo ragionando di persone concrete.
Ecco, questa vita umana (e quindi, la persona umana vivente) è un bene in se stessa, poiché radicalmente contrassegnata da una dignità (= valore) peculiare ed inalienabile; essa è capace di lasciare un’orma indelebile nella storia dell’universo (nelle relazioni con Dio, con se stessi, con il prossimo e col creato), attraverso le proprie scelte morali.
Più precisamente, l’essere in vita costituisce un bene fondamentale della persona, in quanto condizione di possibilità per lo sviluppo e la realizzazione di tutti gli altri beni della persona. Solo se si è viventi, infatti, si potrà essere anche liberi, intelligenti, volitivi, generosi, creativi, ecc…

Un tale bene, di conseguenza, esige di essere promosso e tutelato per primo rispetto a tutti gli altri “beni” della persona.

Sarebbe infatti paradossale che la realizzazione della propria libertà o autodeterminazione, o di altri beni personali parziali, venisse assolutizzata fino al punto di portare alla distruzione della vita, vale a dire della condizione stessa di possibilità della loro esistenza. In tal caso, per essere totalmente liberi, si finirebbe per distruggere la radice della libertà stessa!

Sussiste pertanto il dovere morale di “conservare” (nel senso di promuovere, tutelare e prendersi cura) la vita umana, tanto la propria quanto quella altrui, secondo le proprie responsabilità specifiche. Va però precisato – soprattutto in prospettiva teologica – che il bene della vita fisica non è un bene “assoluto” della persona, la cui finalità ultima e definitiva, invece, è e resta il raggiungimento della pienezza personale nella vita eterna. Ciò fa comprendere come, in talune circostanze – e solo qualora ciò risultasse inevitabile –, il dovere di conservare la propria vita potrebbe cedere il passo all’adempimento di valori più alti ed urgenti (es. martirio in nome della fede).

Spostiamo adesso lo sguardo sulla salute. Come dimostra la comune esperienza, per la persona umana, l’essere in buona salute – al di là delle possibili definizioni di questo concetto – rimane una condizione vitale generalmente favorevole al perseguimento della propria realizzazione. Perciò si può dire che la salute costituisce un “bene utile” per la persona, nella misura in cui la facilita nel compimento delle proprie finalità e della propria esistenza. Va da sé che, proprio in quanto bene utile – e ancor più che l’essere in vita -, la salute non rappresenta certo un bene assoluto, come del resto testimonia la storia di tante persone “malate” in modo inguaribile, che però hanno potuto comunque realizzare con significato pieno la propria vita.

Sussiste quindi il dovere morale di “conservare” (nel senso di curare, tutelare e promuovere) la propria salute e di adoperarsi per recuperarla, nei limiti del possibile, quando essa è danneggiata (malattia). Ma anche questo dovere, in talune circostanze, può cedere il passo al perseguimento di valori più alti, come la carità o la giustizia. In fondo, è l’esperienza vissuta da chi, quotidianamente, “consuma” (mettendola in gioco) la propria salute per prendersi cura di qualcun altro, proprio come fa un genitore nei confronti del proprio figlio per aiutarlo a crescere.

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