Quaresima 2017: la conversione non si limita al pensiero ma tocca il nostro essere

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Massimo Naro

Papa Francesco ha preso spunto da una parabola raccontata nel vangelo della misericordia – quella di Lazzaro, in Lc 16,19-31 – per formulare il suo messaggio in vista della quaresima di quest’anno. Una parabola, comunque, in cui il Maestro di Nazaret prospetta ai discepoli tutta la serietà con cui occorre assumersi in personale responsabilità le radicali esigenze del Regno. Nel racconto evangelico, difatti, è posto davanti al cosiddetto ricco epulone lo scenario disastroso delle scelte negative da lui fatte durante la vita. E non gli vengono evitate le tristi conseguenze della sua incapacità di vedere Lazzaro, di accorgersi delle sue necessità, di farsi carico dei suoi deficit, di condividere con lui le proprie risorse.

“L’altro è un dono” e “il peccato ci acceca”: Francesco sintetizza così l’insegnamento di Gesù.

Sono parole che esprimono bene il significato che anche noi dobbiamo dare alla nostra Quaresima: sta per iniziare un nuovo tempo liturgico durante cui – per prepararci alla celebrazione della grande Pasqua annuale – siamo chiamati a convertirci al Signore proprio in questo senso molto concreto.

Convertirci vuol dire innanzitutto prendere visione della nostra vita, esaminarla alla luce del vangelo smascherandone i vuoti e le ombre, renderci consapevoli della nostra lontananza da Dio e del bisogno che abbiamo della sua compagnia: significa operare una metánoia, un mutamento nel modo di pensare e di intendere la nostra relazione con Dio e, perciò, riprogettare la nostra stessa esistenza non più in vista di noi stessi ma in riferimento a Dio. Di conseguenza convertirci vuol dire anche cambiare il nostro comportamento, trasformare le nostre azioni, riorientare – come lascia intendere il Papa – il nostro cammino, rivolgere nuovamente lo sguardo verso Dio dopo avergli voltato le spalle col nostro peccato e riconoscerlo, e accoglierlo soprattutto, nell’altro che ci chiede aiuto, in chi ci viene incontro con la sua presenza ferita: convertirsi significa, dunque, compiere anche una epistrophé, un radicale capovolgimento nel nostro modo di vivere.

Ma la conversione non si limita alla nostra rinnovata maniera di pensare e di agire. Essa tocca anche e soprattutto il nostro essere.

E, in questo senso, non dipende soltanto dal nostro impegno ma da Dio. Con la “Parola” di cui ci fa “dono”, come scrive Francesco, il Signore interpella la nostra coscienza: è Lui che ci fa sperimentare la nostalgia della casa paterna, è ancora Lui che per primo si mette in cammino verso di noi, ci corre incontro e viene a stringerci a Sé. Lontani da Lui anche noi siamo smarriti, anche noi sentiamo il desiderio di ritrovare la nostra identità di figli, di ritornare nella casa del Padre. Ma possiamo cercare e trovare la via del ritorno solo perché è il Padre che si mette a cercarci e finalmente ci incontra. Il nostro esserci perduti si trasforma, così, nell’essere ritrovati da Lui. E la nostra Quaresima può diventare, spiega papa Francesco nel suo messaggio, un “nuovo inizio”.

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