Monache Clarisse: dobbiamo “vincere con l’amore la paura del diverso e dell’altro”

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DIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di ieri, domenica 19 febbraio.

La Parola di questa 7a domenica del tempo Ordinario, si apre e si chiude con due inviti ben precisi.
Nella prima lettura, tratta dal libro del Levitico, Dio, tramite Mosè, parla al popolo di Israele: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo».
Nel Vangelo, Gesù si rivolge ai discepoli: «Voi siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Santità e perfezione: non si tratta di codici etici da osservare ma sono i “tratti somatici” di un Dio a cui apparteniamo, per cui viviamo, per cui siamo, con cui abbiamo una relazione esclusiva e totalizzante.

Tratti somatici che, in virtù di tutto ciò, facciamo nostri e siamo chiamati, ogni giorno, a fare nostri.

Non ci viene chiesto di raggiungere la stessa “quantità” di perfezione e santità di Dio, ma di essere perfetti e santi come Dio, secondo lo stile di Dio, secondo quell’Amore, testimoniato e invocato dal Signore, non condizionato da ragioni etiche o da ragioni etniche («Avete inteso che fu detto “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano»), e nemmeno da ragioni di reciprocità («Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?»): un amore libero, gratuito, universale e continuo, un amore in perdita che continua ad amare anche quando non è amato. E’ questa la concretezza della santità e della perfezione.

Quelle di un Dio, come leggiamo nel salmo, che «…perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia», un Dio «misericordioso e pietoso … lento all’ira e grande nell’amore. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe».

Ci può essere un’idea di perfezione che ci fa odiare la vita, perfezione non come amore, misericordia, in perdita ma come pretesa: pretesa che tutto sia al massimo, noi, gli altri, il mondo, la comunità, la Chiesa.

La perfezione e la santità di Dio sono la perfezione della fiducia, della compassione, dell’umiltà.

E divento capace di amare perché così sono amato da Dio: non perché mi sforzo, non perché sono un eroe, ma perché sono consumato dalla sua presenza, perché il Signore mi abita.

Abitati dal Signore, da quell’amore che siamo chiamati a riversare su chi ci è accanto affinché, come dice Gesù, «siate figli del Padre vostro che è nei cieli: egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti».

Infatti, «…se date il vostro saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?».

Si tratta di osare l’alterità, di avere il coraggio della diversità, di vincere con l’amore la paura del diverso e dell’altro.

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